Troppi incidenti, dagli Usa stop agli F35

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NEW YORK Divieto di volo per tutti gli F35 finora costruiti. Il Pentagono non ha ancora concluso l’inchiesta sull’incidente di due settimane fa, quando uno dei caccia bombardieri di nuova generazione ha preso fuoco al momento del decollo nella base dell’Air Force di Englin, in Florida. Ma l’allarme generale è comunque scattato ieri per i 79 aerei finora consegnati dalla Lockheed Martin e dalla Pratt & Whitney che fornisce il motore: il progetto più costoso della storia dell’aviazione militare americana è diventato materia scottante sul piano internazionale, e l’amministrazione non può permettersi disattenzione e leggerezza. «Sono stati richiesti ulteriori controlli ai motori – ha detto il portavoce del Pentagono, ammiraglio John Kirby -. La ripresa dei voli sarà decisa dall’esito dei controlli e delle informazioni raccolte».
Non è questo il primo incidente di percorso per il bombardiere monoposto che i costruttori definiscono l’aquila dei cieli del terzo millennio, e che i detrattori hanno da tempo bollato come «l’aereo che sta divorando il Pentagono». A tredici anni dalla firma della commessa che ne avviava lo sviluppo, il progetto è diventato un enorme albatros che rischia di imbarazzare il governo: troppo grande e costoso per essere cancellato, ma ancora troppo delicato e imperfetto per essere varato a pieni giri.

IL PROGETTO INIZIALE
La Lockheed nei piani iniziali avrebbe dovuto costruirne 3.100 per l’Air Force statunitense e per i maggiori Paesi alleati tra cui l’Italia, impegnata già nella fase di sviluppo con l’investimento di un miliardo di dollari. Poi sono iniziati i problemi, i ritardi e gli aumenti di spesa. Nel 2008 la Lockheed ha denunciato il furto di interi terabytes di dati da parte di spie straniere; nelle prime prove di volo si è scoperto che l’aereo che ha il nomignolo di “lightning” (lampo), è vulnerabile ai fulmini. Sono stati rilevati problemi di visibilità per i piloti, il radar di bordo è risultato più volte difettoso, e nelle prove di simulazione di combattimento, l’F35 ha perso il confronto con i suoi antenati F15, F16 ed F18, nonché con l’europeo Typhoon, il russo Sukhoy e il J-10 cinese.
La stessa amministrazione Obama ha sferzato i costruttori: lo scorso gennaio il capo della sperimentazione del Pentagono Michael Gilmore ha definito in un rapporto «immatura» l’operatività complessiva dell’aereo, e l’ex segretario della Difesa Robert Gates ha tuonato più volte contro il progressivo sforamento del budget, che oggi tocca quasi i 400 miliardi di dollari per i 2.443 aerei superstiti, al costo di 160 milioni di dollari l’uno, l’80% più del previsto. Il taglio di spesa era il criterio principe all’avvio del progetto, quando l’F35 era stato concepito come il fratello minore del costosissimo e impopolare Raptor, l’F22.

LA FLESSIBILITÀ
Il nuovo aereo lasciava al primo il compito di intercettazione e combattimento aereo, e gli si affiancava in funzione di cacciabombardiere, con mansioni di attacco in mare o appoggio delle operazioni di terra. Il desiderio di risparmio era così intenso che le tre sezioni delle Forze Armate hanno chiesto massima flessibilità nel disegno, in modo da permettere ad ognuna di loro di utilizzare lo stesso aereo. Il Ceo della Lockheed Bob Stevens si difende dicendo che proprio la flessibilità e le procedure eccessive di controllo dei costi hanno finito per far lievitare il progetto, ma difende l’F35.
Nel frattempo però le sorti commerciali del bombardiere sono minacciate dall’incertezza. Il governo americano ha ridotto sia pure in misura limitata gli ordini di acquisto, e altrettanto hanno fatto alcuni dei Paesi esteri inizialmente legati al progetto. L’Italia resta su una posizione di attesa: «Ritirarci adesso sarebbe prematuro e per questo ci muoveremo con buon senso – ha detto il capogruppo Pd in Commissione Difesa della Camera Giampiero Scanu – Certamente non compreremo aerei che non siano assolutamente affidabili».

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