Tribunali penali, Napoli maglia nera

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Il censimento conferma: per la giustizia penale, come per quella civile, il male è ancora l’irragionevole durata dei processi. Nel 30 per cento dei casi, quelli che si celebrano davanti ai tribunali, arrivano a sentenza dopo più di due anni dall’inizio, che possono diventare «anche 4,5 o 6 anni». A fotografare la situazione che ha generato «la pessima fama del nostro Paese in ambito internazionale», oltre agli obblighi risarcitori legati alla legge Pinto, è il Dipartimento dell’Organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia, diretto da Mario Barbuto. Il censimento, che ha già preso in considerazione lo stato degli affari civili, ha l’obiettivo finale di migliorare la produttività degli uffici giudiziari, cercando di individuare i punti deboli, a partire dalla revisione delle piante organiche.
I DATI
A fine 2013, i procedimenti aperti da più di due anni (dalle procure alla Cassazione) erano oltre 3 milioni e mezzo, cifra alla quale andrebbero sommati quasi 1 milione di fascicoli contro ignoti. Un trend in costante aumento dal 2007, con incrementi annui del 2,4 per cento. Che si conferma alla data al 30 giugno 2014, in chiusura dell’anno giudiziario, quando gli arretrati ammontavano a tremilioni 521.705. E se in teoria non ci vorrebbero troppe energie per abbattere la montagna dell’arretrato, «poco più di un anno» nell’ipotesi irrealistica che in quell’arco di tempo non ci fosse alcun nuovo procedimento, la realtà è ben diversa, se si guardano i dati sui tempi effettivi di durata dei processi. Il censimento del ministero rivela anche che oltre la metà dei processi pendenti in secondo grado è in carico a cinque Corti d’appello: «maglia nera» è Napoli (49.037), seguita da Roma (34.133), Torino (22.293), Bologna (17.302) e Venezia (14.388). Un’analoga concentrazione si verifica anche per i tribunali: il 29 per cento dei processi pendenti di primo grado è accumulato in dieci uffici. Anche questa volta Roma è tra le prime con Roma 48.901 cause, preceduta soltanto da Napoli (61.419) e Santa Maria Capua Vetere (58.793). Di seguito Latina (37.336), Bologna (32.342), Milano (30.992), Velletri (30.338), Perugia (27.101), Taranto (26.271) e Palermo (24.397). Se non stupisce in questa graduatoria «la presenza prevedibile e scontata di grandi uffici come Napoli, Roma e Milano – si legge nel documento – sorprendono le presenze di alcuni tribunali di medie dimensioni»; un’«anomalia» le cui ragioni sono in corso di approfondimento da parte del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, che ipotizza problemi legati alla scarsità di personale e risorse materiali, ma invita anche i dirigenti di quegli uffici a verificare le cause reali e se siano rimovibili.
I MAGISTRATI
Nell’analisi, però, i magistrati, non si trovano in stato d’accusa. Al contrario, vengono citati i dati del rapporto Cepej, la Commissione del Consiglio d’Europa che si occupa dell’efficienza della giustizia, secondo la quale i giudici italiani devono dare risposta alla più alta domanda di giustizia penale tra i 46 Paesi censiti e sono al primo posto per capacità di smaltimento dei procedimenti penali. Da qui «l’impressione» del Dipartimento che le «toghe» di casa nostra «non debbano recitare alcun mea culpa sotto il profilo della produttività numerica, benché l’intero sistema Italia manifesti delle vistose inefficienze di cui l’enorme arretrato, sia in civile sia in penale, rappresenta la punta dell’iceberg». Nel dato statistico dei 3,5 milioni di affari penali pendenti sono compresi processi dalle caratteristiche più diverse, sia per il rito, sia per l’ufficio giudiziario competente a gestirli, sia per l’intrinseca rilevanza.

Il Messaggero