Tra i due litiganti, gode Vettel

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Il grande scippo. Nel Principato di Monaco, la Mercedes si è travestita da Arsenio Lupin e ha derubato Hamilton di una vittoria sacrosanta, di un successo conquistato dominando qualifiche e gara. Comandava il trenino che stava arrivando in stazione tranquillo e puntuale, almeno fino al 65° giro quando in regime di Safety Car (uscita per rimuovere la Toro Rosso di Verstappen dopo l’incidente con Grosjean) la corazzata teutonica si è suicidata richiamandolo per un cambio gomme. Perché improvvisare il secondo pit-stop quando tutti erano su una sola sosta e non c’erano criticità? Perché montare gomme fresche a chi era davanti e aveva un degrado migliore di chi inseguiva? Inspiegabile. Inutile. Assurdo. «Errore gravissimo» così lo ha definito a caldo Toto Wolff corso sotto il palco della premiazione non a festeggiare, ma a sprofondarsi in scuse con Hamilton finito terzo alle spalle dell’eccellente Vettel (Raikkonen sesto a causa di una sportellata di Ricciardo) e del fortunato Rosberg, vincitore per la terza volta consecutiva del gran premio monegasco. Questa volta senza merito. Sorrideva con il trofeo piovuto dal cielo, ma ha poco da sorridere perché in pista il compagno di squadra gli ha fatto mangiare la polvere: giri veloci e un margine che oscillava tra i sei e i dieci secondi. Non c’era partita, l’ha creata dal nulla la Mercedes infiammando gli ultimi 7 giri e privandosi di una doppietta. Una cavolata o un atto di superbia che ricorda quello della Ferrari ad Abu Dhabi 2010. Hamilton voleva Montecarlo nel ricordo di Senna ora che è alla caccia del terzo titolo come il mito verdeoro. Li accomuna la velocità, la grinta, i tormenti, adesso anche quel senso di ingiustizia extra pista. Già l’anno scorso l’anglocaraibico sembrava meno appoggiato dal team: le ruotate impunite di Rosberg, l’ordine di farlo passare in nome di una strategia diversa finché non si ribellò e mise in chiaro che non avrebbe ceduto il passo senza lottare. Si discuterà molto se Hamilton sia corresponsabile, se doveva rifiutarsi, valutare meglio i secondi di vantaggio o se semplicemente non abbia colpe perché si è fidato. Di sicuro in quegli attimi concitati avrà pensato che se la squadra lo richiamava non era per danneggiarlo, ma per tutelarlo. Tuttavia questo è già il passato, ora conta il futuro. La fiducia è da sempre merce rara. Come farà Hammer a credere ancora nei consigli del suo muretto? I dubbi saranno legittimi. E non è chiaro come mai la Mercedes non abbia fermato al contempo pure Rosberg; ovviamente dopo la stupidaggine choc non poteva farlo perché avrebbe regalato la vittoria a Vettel. Come in Malesia. Secondo il capo della GES Ferrari, Maurizio Arrivabene, la scuderia tedesca ha peccato di arroganza. Probabile, quasi sicuro. E così l’inglese dopo aver tentato di superare il ferrarista ha detto via radio: «impossibile passare», poi «non parlatemi per favore». Presa la bandiera a scacchi si è fermato 30” sul tracciato a sbollire la rabbia e la delusione. Nel garage la festa si è trasformata in un meeting davanti a Hamilton furioso. Sono volate parole grosse e qualche telemetrista è stato licenziato, altro che scuse. Il bello di Montecarlo invece è stata la solidità di Vettel, la vivacità e i sorpassi (gli unici) di Verstappen e i primi punti di Button (8°) con la McLaren.

IL TEMPO