Terremoto, funerali solenni ad Amatrice. Vescovo: “Non uccide il sisma, ma le opere dell’uomo”

Funerali ad Amatrice di 38 vittime del terremoto (Marco D'Antonio, RIETI - 2016-08-30) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

Un lungo elenco di nomi. Il vescovo di Rieti Domenico Pompili comincia così le esequie solenni delle vittime di Amatrice e di Accumoli. Ricordando le vite spezzate, nomi e cognomi di un terremoto che ha sbriciolato il centro del Paese.

Le bare sono arrivate tre ore prima che iniziasse il rito, alle 15, portate a spalla dai volontari sotto una pioggia battente che non ha mai smesso di cadere. Le hanno disposte dietro l’Istituto Don Minozzi. Delle 242 vittime finora accertare tra Amatrice e Accumoli, dovevano essere 38 i feretri presenti oggi. Ma dieci sono rimasti al cimitero del piccolo paese. Colpito dal sisma, è inagibile, sotto la pioggia non è stato possibile raggiungerlo. Delle 28 bare arrivate da Rieti, due sono bianche e piccole. Sopra hanno dei peluches.

La distruzione di Gerusalemme, la descrizione di polvere e pezzi che cadono, il tempio che crolla. Non c’è retorica nelle parole del vescovo, che risuonano forti, nuove scosse. “I terremoti esistono da quando esiste la terra. I paesaggi, le montagne, l’acqua dolce, tutto è dovuto ai terremoti. Neanche l’uomo esisterebbe senza i terremoti, il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo”, dice monsignor Pompili. Il suo è un invito a guardare avanti, non a chiedersi dov’era Dio quando la terra tremava.

“Dio non può essere utilizzato come il capro espiatorio”, continua, “al contrario, si invita a guardare in quell’unica direzione come possibile salvezza. In realtà, la domanda ‘Dov’è Dio?’ non va posta dopo ma prima, e comunque sempre per interpretare la vita e la morte”. Perché, prosegue, “va evitato di accontentarsi di risposte patetiche e al limite della superstizione. Come quando si invoca il destino, la sfortuna, la coincidenza impressionante delle circostanze”.

Un’omelia breve, intensa, con lo scopo di dare forza per continuare, oltre le polemiche, sopra le pietre. La ricostruzione non dev’essere “una ‘querelle politica’ o una forma di sciacallaggio di varia natura, ma deve far rivivere una bellezza di cui siamo custodi”.

Come per i funerali solenni che sabato 27 si sono svolti ad Ascoli, oggi ad Amatrice ci sono il presidente Sergio Mattarella, il premier Renzi e i presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso. Con loro anche il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, la sindaca di Roma, Virginia Raggi e il presidente Anci ed ex sindaco di Torino Piero Fassino. Sono in mezzo alle persone, in piedi. “Non vi lasceremo soli. Quando si spengono le telecamere”, aveva detto a una signora Renzi poco prima dell’inizio dei funerali. Le telecamere oggi non li hanno inquadrati, e le loro corone di fiori non sono state deposte sulle bare, un parroco le ha lasciate fuori.

Accanto al vescovo di Rieti c’è monsignor Konrad Krajewski, l’elemosiniere di papa Francesco. Dietro di loro, oltre l’altare, lo scorcio di un tetto crollato. E dietro ancora, gli alberi, gli Appennini. Sono arrivati a migliaia per la messa funebre, dai paesi vicini, da quelli più distanti. Chi doveva assistere da fuori si è protetto sotto la struttura. Tutti sono bagnati di pioggia, di lacrime, con gli ombrelli aperti, rossi, bianchi, colorati. Il vescovo chiede di restare, di continuare ad arrivare. “Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta”, dice. E “non basteranno giorni, ci vorranno anni. Sopra a tutto è richiesta una qualità di cui Gesù si fa interprete: la mitezza. Un coinvolgimento tenero e tenace, un abbraccio forte e discreto, un impegno a breve, medio e lungo periodo”.

Il crocifisso della chiesa che i cittadini di Amatrice avrebbero voluto oggi ai funerali, è seppellito sotto le macerie. Ne hanno avuto uno diverso, preso da un’altra frazione, pende al lato del capannone, sembra volare. Un Cristo senza croce, un paese senza case. C’è ancora troppo sotto le rovine. “Come si ricava da un messaggio in forma poetica che mi è giunto oltre alle preghiere: ‘Di Geremia, il profeta, rimbomba la voce: ‘Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più’. Non ti abbandoneremo uomo dell’Appennino: l’ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra. Dell’alba ancor ti stupiraì”, conclude.

Poi il vescovo ringrazia. L’imam di Firenze e il presidente dell’Ucoi, e il vescovo Ortodosso. Infine, dice, “ringrazio anche tutte le autorità presenti. Uno per tutte il presidente della Repubblica”. A chiudere la cerimonia il sindaco di Amatrice: “Questa gente è morta perché amava questa terra e noi vogliamo restare qui”, dice. Un forte applauso da parte della folla che gremisce la struttura. Nonostante il maltempo, sono arrivati a migliaia, ci sono state navette Cotral a disposizione. Dalla Salaria attraverso Borbona e altri paesi fino al primo sbarramento per Amatrice. O dall’uscita che porta a San Giorgio e attraversa il lago di Scanderello, sempre dalla Salaria. Il capannone, grande circa mille metri quadri, era diviso in due settori. Nel primo, con circa 1300 posti a sedere, l’altare, i feretri, i familiari delle vittime e le autorità, nel secondo la stampa. Duemiladuecento ostie, 16 sacerdoti per distribuirle tra i fedeli.

“Noi a Rieti non ci veniamo, ridateci i nostri morti”. E così è stato. Come chiesto a gran voce dagli sfollati di Amatrice, il funerale non si è svolto negli hangar dell’aeroporto di Rieti. La contestata scelta di fare i funerali a Rieti era stata presa per ragioni logistiche, per la viabilità che resta complicata e poi anche per l’allerta maltempo. Ma il cuore e l’emozione hanno vinto su scelte più razionali. In concomitanza con le esequie, il premier Renzi ha disposto una giornata di lutto nazionale.

La Repubblica