Teatro Valle, l’occupazione è finita

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Sembra l’esodo dalla Lehman Brothers, invece è il Teatro Valle occupato. Alle 19 scatta il rompete le righe e il manipolo di occupanti che per tre anni ha tenuto in pugno la più antica sala della Capitale, esce a testa bassa, con gli scatoloni preparati all’ultimo momento, dopo la resa dell’assemblea dei collettivi che nel tardo pomeriggio ha sancito il «tutti a casa». Troppo forti le pressioni del Comune e la paura di uno sgombero imminente nel caso non fosse stato rispettato l’ultimatum che scadeva alla mezzanotte di ieri. Gli occupanti si accampano sui divani portati in mezzo alla strada davanti al teatro, dove passano la prima notte «fuori», tra canzoni, insulti all’assessore Marinelli (con tanto di “serenata” dedicata che ricalca una vecchia canzone di De André) e qualcuno che piange per la rabbia.
I DANNI
Sopra, nei piani alti dello stabile del ’700, rimangono ancora materassi ad acqua lasciati nelle gallerie e i letti a castello montati nei bagni trasformati in dormitori abusivi. E restano i fili elettrici staccati, le finestre rotte e rattoppate alla meno peggio con lo scotch, le impalcature di legno frantumate. Sarà domani la Soprintendenza del Ministero dei Beni culturali – proprietaria dello stabile – a quantificare i danni. Oggi alle 11 ci sarà l’ultima assemblea, fuori dal teatro o forse nel foyer, ma dopo 1.154 giorni ieri il Valle è finalmente uscito dall’illegalità e da oggi tornerà sotto la gestione del Comune, che l’ha affidato al Teatro di Roma per il rilancio. Dopo quasi un mese di braccio di ferro con l’amministrazione, alla fine gli occupanti si sono arresi: stretti tra il pressing dell’assessore alla Cultura Marinelli – che ha offerto loro una finestra di «teatro partecipato» nel cartellone del prossimo anno – e la necessità di uno sgombero imminente che ripristinasse la legalità per consentire lavori di ristrutturazione non più procrastinabili.
LE DIVISIONI
Dopo quattro giorni di assemblea permanente, ieri gli occupanti hanno dovuto prendere una decisione. I movimenti, spaccati in due tra chi era a favore della «trattativa» con il Comune e chi vagheggiava una «resistenza militare, con i sacchetti di sabbia fuori dal portone, sfidando i manganelli», alla fine hanno dovuto cedere all’ultimatum del Campidoglio. Le ultime ore prima della resa sono concitate. Discussioni infinite, vecchie e nuove ruggini vanno in scena in una platea ormai semi-deserta, dove si radunano non più di cinquanta-sessanta persone, nulla a che vedere con l’affluenza dei primi spettacoli. Poco dopo le 19 arriva il comunicato: «Stanotte cessa lo stato di occupazione e inizia un nuovo percorso. Per questo dormiamo tutti insieme sotto le stelle».
L’ACAMPADA
E allora fuori dal teatro va in scena l’ultima “acampada” dei movimenti, con i sacchi a pelo in mezzo alla strada, affiancati da divani e brandine. Qualcuno costruisce perfino un mini-palco abusivo, «perché lo show deve andare avanti». C’è chi non riesce a trattenere le lacrime, chi trascina in strada i materassi, qualcuno si inventa la «Canzone della Marinelli», che ricalca quella «di Marinella» scritta da De Andrè. L’ultima scarica di insulti all’assessore alla Cultura che è riuscita a mandare via gli occupanti e a riconsegnare alla città e alle istituzioni il più antico teatro di Roma. A rovinare lo spettacolo agli occupanti, alcuni abitanti della zona, scesi nella via per protestare contro i decibel fuori controllo. «Non ne possiamo più di questo baccano ogni sera – si è lamentato un residente esasperato – Ma finalmente da domani ve ne andate».

IL MESSAGGERO