Taylor, la campionessa oversize che ha stregato il Rolland Garros

Taylor Townsend

Taylor Townsend è la risposta del dio del tennis a Richard Krajicek. «Le tenniste sono tutte grasse porcelline», si lasciò molto incautamente scappare Riccardino a metà degli anni ’90. Lui aveva appena vinto Wimbledon, e pensava a taglie extralarge come Brenda Schultz o Marianne de Swaardt. Nomi e carriere oggi dimenticate dai più, ma che la fresca epopea di Taylor “la cicciona” promette di vendicare in fretta. Sì, perché Taylor, anni 18, che ieri al suo primo match in un tabellone del Grande Slam, ha sradicato in tre set il tennis leggero e il nasino chic di Alize Cornet, n.21 del mondo, è un talento sopra le righe e oltre la bilancia.

La Townsend è nata a Chicago e secondo i dati ufficiali pesa 70 chili ed è alta 1 metro e 73, ma la sua silhouette, che ricorda un po’ l’Aretha Franklin modello Blues Brothers, fa sospettare che si tratti di dati arrotondati per difetto. «Mica bisogna essere fatti come uno stuzzicadenti per diventare una star», replica molto giustamente lei, ammiratrice di Beyoncé, che in campo si muove e gioca come una fiamma nera, e per giunta mancina. Dritto, rovescio, servizio, e soprattutto volée spietate ed elegantissimi che hanno già scomodato paragoni eccellenti, da Billie Jean King a Martina Navratilova. «La prima cosa che ho imparato sono state proprio le volée – spiega lei – così quando mi trovo in difficoltà, vado a rete». Alleluja. Una boccata d’aria dopo tante tenniste (e tennisti)-fotocopia. La pensano così anche Andy Murray, che dopo la vittoria sulla Cornet le ha inviato un tweet di ammirazione, e Andrea Petkovic, la tedesca che ha ammesso con un sorriso dei suoi: «Taylor è il mio idolo».

E dire che Patrick McEnroe, capo del settore giovanile della federtennis americana, un paio di anni fa le aveva tagliato i contributi nonostante la Townsend fosse già la più forte junior del mondo (la prima n.1 u.18 americana dal 1982). O smetti di mangiare junk-food o fai per conto tuo, le aveva intimato, ligio alle direttive di Michelle Obama sull’obesità infantile. Lei ha fatto spallucce e ingaggiato Zina Garrison, nera come lei, ex top-10 degli anni ’90 (quelli delle porcelline…), la prima afroamericana capace di giocarsi una finale di Wimbledon. «Al suo primo Roland Garros Zina raggiunse i quarti di finale – ha sorriso Taylor – quindi credo che sappia quello che fa».

Ora la faida alimentare è rientrata, a Parigi la Townsend ha beneficiato di una wild card concessa grazie ad un accordo fra federazioni dai francesi (anche se per ottenerla ha dovuto comunque vincere un paio di tornei Itf) ma le curve sono ancora tutte lì. «Quella esperienza l’ha resa ancora più forte – racconta la Garrison – e poi sfido la metà delle tenniste sul circuito a fare quello che fa lei in campo». Taylor si allena fra Washington D.C. e Chicago, dove abita Kamau Murray, il coach che la segue da quando aveva sei anni. Fra un cambio di campo e l’altro è abituata a consultare il suo notebook («leggo gli appunti che ho preso in allenamento»), nel tempo libero suona il violino, dopo una vittoria si scatena in una danza della Georgia che si chiama Nae Nae e ad ogni torneo ha una canzone che le serve a “pomparsi” (questa settimana “Rage the Night”, del rapper Steve Aoki). Il suo idolo, ovviamente, non può che essere Roger Federer. «Sì, lo amo», ha ammesso tenera tenera dopo la vittoria con la Cornet. Sarà lei la nuova n.1, la perfetta sintesi fra Federer e le Williams? Presto per dirlo, ma nel tennis la linea più elegante che unisce due punti è sempre una curva.

La Stampa