Tangenti per aggiustare processi: legami con la vicenda Ricucci

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ROMA I soldi nascosti nelle confezioni di vino e un elenco di processi che potrebbero essere stati aggiustati a favore di Silvio Berlusconi: il giudice Giuseppina Guglielmi, che ha convalidato il sequestro, non ha dubbi sul fatto che i 247mila euro trovati in casa di Renato Mazzocchi, funzionario della presidenza del Consiglio, siano il frutto di «rapporti opachi» e che proprio Mazzocchi «sia il referente di persone interessate a concorsi pubblici e giudizi amministrativi». L’indagine Labirinto, che quindici giorni fa ha portato all’arresto di 24 persone e rivelato un sistema di corruzione, affari, nomine e appalti pilotati, legato alla politica, potrebbe presto riservare nuove sorprese, ma soprattutto trova un filone comune con l’inchiesta sugli affari di Stefano Ricucci e Mirko Coppola: dieci nomi iscritti sul registro degli indagati, tra i quali compare quello del giudice del Consiglio di Stato Nicola Russo. Soggetto al quale erano già arrivati i militari del nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Stefano Fava.

Si legge nel decreto di convalida: «Circa la somma sequestrata a Mazzocchi deve osservarsi che depongono nel senso dell’illecita provenienza l’importo rilevante (247.350 euro) le modalità di occultamento (all’interno di una confezione di vino Ferrari, di una confezione di vino Cavalleri, di una scatola recante il logo Frittyna, tutte chiuse con nastro adesivo), i contenuti della documentazione sequestrata (curricula vitae, domanda di partecipazione al concorso, ordinanze e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, relative a contenziosi nei quali è parte in causa Silvio Berlusconi). Poiché detti elementi, complessivamente valutati, inducono a ritenere che Mazzocchi grazie al lavoro che svolge (dipendente della Presidenza del consiglio) sia il referente di persone interessate a concorso pubblici o a giudizi amministrativi e che abbia ricevuto quel danaro nell’ambito di tali opachi contatti». Il gip continua: «A ciò aggiungasi che l’unica ragionevole spiegazione al fatto che abbia scelto di occultare in casa una somma così rilevante, esponendosi, in tal modo, a tutti i gravi rischi conseguenti, può essere rappresentata dalla consapevolezza di non potere dimostrare di averne acquisito la disponibilità in maniera lecita, a conferma, almeno in termini di fumus, che la somma proviene da un delitto al momento non individuato ma che, in considerazione della natura della documentazione sequestrata, potrebbe essere relativa al traffico di influenze o alla corruzione».

L’INTERCETTAZIONE
E’ il 13 gennaio del 2015 quando i militari guidati dal generale Giuseppe Bottillo ascoltano una conversazione tra il faccendiere Raffaele Pizza e l’imprenditore Luigi Esposito che spiega come il gruppo avesse riferimenti al Consgilio di Stato. Un appalto è stato bloccato da un ricorso. Dice Pizza: «Vabbè quelli so problemi vostri, io sto parlando del piano politico…ho fatto l’operazione, poi i problemi di carattere tecnico ve la vedete voi». La Finanza annota che dai rumori si evince che l’imprenditore sta mostrando alcuni documenti a Pizza: «Allora questo qua è il primo ricorso che loro fanno al Tar», dice. «E questo è uguale al secondo», commenta Pizza. Ed Esposito: «Si bravo..questo qua è il primo ricorso che loro fanno al Tar dopo di che perdono, anche in sospensiva hanno perso e nel frattempo fanno appello in Consiglio di Stato, dove io qua ho portato la memoria mia che ho depositato e la memoria loro…». E Pizza: «Ok, l’appello del 23». Esposito: «Sì questo qua è quello che interessa a noi. Questa qua è la fissazione dell’udienza». «Mo ci penso io dice Pizza – io domani gli do tutto, dopodomani la saluto intanto facciamo sta cosa alla grande…blocchiamo questa rottura di coglioni».

Fonte: Il Messaggero