Sull’asse Parigi-Berlino corre un’antica vendetta

Calcio

Si vive di nostalgia. Sempre, dovunque. In Brasile c’è voglia di Pelè e di Ronaldo, in Argentina si scrive e si parla di Maradona, in Inghilterra si celebra il mondiale del ’66. Il calcio non ne può fare a meno. Francia-Germania fa tornare alla mente Siviglia e la notte più lunga, la notte di Tony Harald Schumacher che travolge Patrick Battiston, lo aggredisce, lo stende, lo svuota: «Se può far piacere a Battiston gli pagherò le spese del dentista», dirà il gentiluomo tedesco mentre l’arbitro Corver non capisce nulla e il polso del francese si ferma e Michel Platini, capitano, accompagna l’amico e compagno disteso sulla barella, tenendolo per mano. Finirà ai rigori, l’errore di Max Bossis, il gol di Hrubesch, toccherà poi all’Italia di Bearzot scrivere la storia al Bernabeu e farla leggere, come sempre, ai tedeschi.
C’è sempre un sospeso tra il resto del mondo e la Germania, non è sempre colpa dello spread. Lo sapevano gli algerini, lo sappiamo noi italiani, lo sanno gli inglesi e adesso la Francia si prepara al momento della verità. La squadra di Loew è tra le più forti che il calcio tedesco abbia potuto allestire negli ultimi venti anni.
Non è giovanissima e nemmeno datata, la “riserva” decisiva Schurrle ha 23 anni, Kroos e Thomas Muller hanno, rispettivamente, 24 e 25 anni, ma la maturità di Schwensteiger e Mertesacker (30), di Lahm (31), di Podolski (29), la crescita di Boateng (quello normale, Jerome, di anni 26), di Hummels (26) e di Ozil (26), davanti al migliore portiere del mondo, Neuer (28 anni), stanno garantendo a Loew risultati e gioco, virtù che sono esaltate dalla tenacia storica dei tedeschi.
Se non è più totalmente vero il paradosso di Gary Lineker («il calcio è un gioco nel quale 22 giocatori inseguono una palla per 90 minuti e alla fine vincono i tedeschi») è verosimile che la Germania vista in questo mondiale non ha punti deboli ed è aiutata addirittura dalla sorte.
La vittoria per 2 a 1, definita soltanto nei supplementari con i gol di Schurrle e Ozil, sulla grande Algeria, è stata una conferma del suo stato di salute fisica e mentale, ribadendo l’assoluta forza di Thomas Muller, sgraziato nei movimenti come lo era Gerd, con un fisco meno tozzo ma anche lui con un’efficacia terribile da killer d’area di rigore.
La Francia è ugualmente cresciuta, Didier Deschamps è uomo di terra, di spogliatoio, di campo, era già “allenatore” nella sua carriera di calciatore, ha riportato disciplina in un gruppo di artisti e ballerini, finiti i tempi presuntuosi e frou frou del sindacalista Raymond Domenech (di cui si sono perse le tracce professionali dal settembre del Duemiladieci, quando venne licenziato dalla federcalcio francese), la Francia è tornata squadra, più giovane di quella tedesca, dunque meno scaltra ma con interessanti soluzioni tattiche e la conferma di due giovani promesse “straniere”, Pogba (21 anni) della Juventus e Griezmann (23) della Real Sociedad e il valore tattico di Valbuena più utile di Ribery.
C’è profumo di un grande quarto di finale, per rilanciare il football europeo preso a torte in faccia nel torneo sudamericano. Nessun patto francotedesco, stavolta. Il calcio della nostalgia non consente accordi, semmai vendette.

IL GIORNALE