Sul lavoro è rissa tra Cgil e Renzi La sinistra Pd contro il governo

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ROMA Cgil e governo ai ferri corti sulla legge delega per il lavoro. Alla luce del testo che giovedì ha avuto il primo via libera in commissione al Senato, Susanna Camusso afferma che Matteo Renzi «ha un po’ troppo in testa il modello della Thatcher» e non esclude uno strappo che porti alla proclamazione di uno sciopero generale. Ascoltata la leader della Cgil e di fronte alla mobilitazione della minoranza dem, che con Pier Luigi Bersani annuncia che sul Jobs act e sull’articolo 18 «sarà battaglia in aula», il premier risponde per le rime: «Quando noi pensiamo al mondo del lavoro – dice Renzi – non pensiamo a Margaret Thatcher, ma a quelli a cui non ha pensato nessuno in questi anni e che sono condannati a un precariato a cui il sindacato ha contribuito preoccupandosi solo dei diritti di qualcuno e non di tutti». Il corpo a corpo con la Cgil, condotto via Facebook dal premier, continua con il rimprovero al sindacato di «aver pensato a difendere solo le ideologie e non i problemi concreti della gente: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia tra chi il lavoro ce l’ha e chi no, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi è precario?».
Gli argomenti del sindacato trovano ascolto nella minoranza del Pd che si appresta a dare battaglia con una pioggia di emendamenti al Jobs act nel corso della discussione sul ddl in aula. I toni non sono quelli di Nichi Vendola che parla di «deriva orwelliana» e di «porcherie di estrema destra», ma c’è chi, come Stefano Fassina, definisce «inaccettabile» l’attuale testo della legge. Ed è l’ex segretario Bersani a sottolineare i punti di scontro con il progetto del governo, tra cui il nodo del reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa. Alla luce dell’entusiasmo mostrato da esponenti del Ncd come Maurizio Sacconi per l’impianto della legge, Bersani parla di «norme che aggiungono ulteriore precarietà all’attuale precarietà. Altro che modello tedesco, così Renzi rischia di frantumare i diritti dei lavoratori. La riforma – aggiunge l’ex leader del Nazareno – ci vuole, ma deve essere seria e non una bandierina da sventolare di fronte agli elettori o all’Europa». Interrogato da Radio Montecarlo sul rischio che la corda tra maggioranza e minoranza dem si spezzi, Bersani lo ritiene «possibile» anche se precisa di «sperare proprio di no».
SPIGOLI SMUSSATI
D’altra parte, più di un esponente dell’entourage più prossimo al premier si è preoccupato ieri di smussare gli spigoli con l’ala bersanian-cuperliana. «Le discussioni – ha osservato Graziano Delrio – aiutano a migliorarsi, l’importante è che non ci siano ultimatum o posizioni ideologiche e si esca dall’ossessione dell’articolo 18». Il sottosegretario alla presidenza cerca inoltre di tranquillizzare la minoranza definendo improbabile il ricorso del governo al decreto legge. Lo stesso fa il responsabile economia del Pd, Filippo Taddei, affermando che il governo non punta a un decreto per approvare la legge entro l’8 ottobre, giorno della conferenza Ue sul lavoro a Milano, bensì al primo via libera del Senato entro quella data per dare un segnale ai partner europei, lasciando alla Camera la possibilità di intervenire successivamente sul testo. A sua volta, il vicesegretario Lorenzo Guerini dice di credere che nella direzione pd del 29 «si possa trovare un punto di incontro» con la minoranza. Mentre l’altro vicesegretario dem, Debora Serracchiani, osserva che «se nel testo attuale l’istituto del reintegro non è previsto, ciò non vuol dire che non possa essere previsto nelle prossime versioni». La presidente della Regione Friuli afferma inoltre che il contributo del sindacato sulla riforma «è assolutamente necessario» e i suoi aggiungono che le priorità sono la riforma degli ammortizzatori sociali, la fine dei Co.co.co e una legge sulla rappresentanza.
A mostrarsi assai meno flessibili sul testo della legge sono gli esponenti del Ncd. Gaetano Quagliariello sostiene che il ddl «deve essere approvato quanto prima nel testo convenuto tra governo, relatore e maggioranza. «In caso di resistenze e ostruzionismi, il governo – avverte il coordinatore nazionale del Ncd – ha il diritto e il dovere di anticipare i contenuti più urgenti della delega con un decreto legge».

IL MESSAGGERO