Strage in tribunale «Volevo vendicarmi»

Tribunale Milano

Aveva preparato tutto: la pistola, i caricatori, il finto tesserino per entrare in Tribunale. Aveva immaginato la sequenza del suo «grande giorno» stabilendo l’ordine con cui giustiziare le sue cinque vittime. Tre li ha uccisi, un giudice, un avvocato, un ex socio; uno l’ha ferito gravemente; il quinto se l’è cavata perché i carabinieri hanno bloccato Claudio Giardiello mentre stava andando a sparargli. Probabilmente aveva pure messo in conto farla finita ammazzandosi a sua volta. Ma solo a lavoro compiuto.
La strage del Palazzo di Giustizia si spiega con una parola: vendetta. Una vendetta assurda, prepotente, spaventosa. Claudio Giardiello è un immobiliarista che fino a qualche anno fa viveva alla grande, anche grazie a cospicue entrate in nero. Poi le cose avevano iniziato a girare male, erano arrivate le denunce, le liti coi colleghi, i fallimenti. Allora ha deciso di lavarsi dalle proprie colpe scaricandole, in formato calibro 9, sugli altri. «Mi hanno rovinato» ha detto mentre lo ammanettavano.
I NEMICI NELLO STESSO POSTO
Il Tribunale di Milano è una città nella città. Ci lavorano migliaia di persone e ogni giorno ne entrano altre migliaia. Una babele di gente che va e viene, il luogo meno adatto per consumare vendette armate. Però in questa orribile mattina di giovedì è il luogo in cui tutti i «nemici» di Giardiello sono costretti a ritrovarsi. Li ha a portata di mano, può metterli tutti sotto tiro in pochi minuti. Basta essere sicuri di sé.
L’avvocato, Michele Rocchetti, gli ha dato appuntamento davanti all’aula della Seconda Penale, nell’immenso atrio del terzo piano. In programma c’è il processo in cui Giardiello è imputato insieme con altri tre ex soci per bancarotta fraudolenta. Al vendicatore interessa poco l’udienza. Il suo problema è riuscire a far entrare una pistola in un posto come il Palazzo di Giustizia, teoricamente controllatissimo. Per giorni ha studiato una soluzione, alla fine l’ha trovata.
NESSUN METAL DETECTOR
Così eccolo a mezza mattinata all’ingresso di via Manara, un’entrata laterale del Tribunale riservata a magistrati, avvocati, impiegati. Non ci sono metal detector, come agli altri ingressi, basta presentare il tesserino professionale. Giardiello – 57 anni – s’è vestito di tutto punto, completo scuro, camicia bianca, cravatta. Agli agenti della vigilanza privata mostra con gesto distratto un tesserino procurato non si sa come: «Vada pure, avvocato».
Adesso è dentro il Tribunale e, soprattutto, ha con sé – dentro una borsa di pelle – una pistola e due caricatori pieni. Sale i grandi scaloni che lo portano al terzo piano, poi s’incammina sicuro verso l’aula della Seconda Penale per l’appuntamento con le sue cinque vittime designate che, ignare, attendono l’inizio dell’udienza. C’è già Giorgio Erba, un ex socio che adesso è suo coimputato per la bancarotta della Magenta Immobiliare. C’è suo nipote, Davide Limongelli, col quale ha litigato quando la società ha iniziato ad andare a rotoli, pure lui imputato. Poi c’è l’avvocato Lorenzo Claris Appiani. Era stato il suo difensore prima che lo liquidasse perché «non faceva i miei interessi» e adesso il pm lo ha chiamato a testimoniare contro di lui.
Claris Appiani, in realtà, non ha intenzione di testimoniare. Vuole avvalersi del segreto professionale per non danneggiare un ex cliente. Il killer non lo sa, né gli interessa. Pensa che nell’aula sono tre gli obiettivi da colpire, ne mancano due. Uno è un altro ex socio imputato, Massimo D’Anzuoni, ma ha deciso di non presentarsi. L’altro è il giudice Fernando Ciampi che ha sancito il fallimento dell’Immobiliare. E’ nel suo ufficio al secondo piano: sa come stanarlo.
Alle 10.45 entra la Corte. C’è subito un colpo di scena. L’avvocato Michele Rocchetti annuncia l’intenzione di astenersi: non vuole più essere il difensore di Giardiello, il quale non fa una piega. Ha altro per la testa. I giudici dicono a Rocchetti che almeno per oggi deve continuare ad assistere l’imputato. Chiamano al banco dei testimoni Claris Appiani. Nel mondo forense è considerato un astro nascente del diritto societario, malgrado la faccia da ragazzino.
L’avvocato-testimone si avvicina ai giudici, brandisce il foglio per leggere il giuramento. Non fa in tempo. Si sente un’esplosione, due, tre, alla fine diventano sette. Giardiello si è alzato in piedi, ha preso la pistola dalla borsa, ha sparato prima a Claris Appiani freddandolo sul colpo, poi a Erba (che morirà in ospedale) e a Davide Limongelli (ferito) E’ spietato, non sbaglia un tiro. Ed è freddo abbastanza per profittare del panico e uscire dall’aula mentre giudici e avvocati si buttano a terra.
C’è un imprevisto: nell’atrio incrocia un altro ex avvocato, Stefano Verna. Ha litigato pure con lui, ma molto tempo fa. Il legale gli si fa incontro, lui alza la pistola e gli spara due volte. Uno più, uno meno. Verna rimane ferito di striscio. Intorno ci sono decine di persone, chi urla, chi cerca riparo, chi rimane paralizzato dalla paura, chi scappa. Giardiello va vanti come un automa, la Vendetta è solo a metà.
Torna al grande scalone, scende un piano, si infila nel corridoio del Tribunale per le cause societarie, ottanta passi, stanze a destra e sinistra. Si ferma davanti alla porta 250. Il giudice Ciampi, il suo «quarto nemico», insieme con la segretaria sta armeggiando vicino alla fotocopiatrice difettosa. Il killer gli non dà nemmeno il tempo di accorgersi della sua presenza. Due colpi precisi, poi se ne va. La segretaria vede Ciampi accasciarsi, esce dalla stanza, non urla. Piange.
Giardiello a passi veloci torna allo scalone, due rampe di scale ed è all’uscita. Nel resto del Palazzo esplode il terrore, agenti in borghese che girano armati, impiegati che dicono di fuggire, uomini in toga che provano a capire cosa sta succedendo. «Hanno sparato in un’aula». Le voci si accavallano, chi si precipita giù dalle scale è sicuro che il killer, o i killer, siano ancora in agguato.
LA QUINTA VITTIMA
Invece no. Giardiello è già in sella al suo scooterone. C’è ancora la «quinta vendetta» da consumare, o la sesta considerato che all’elenco si è aggiunto l’avvocato Verna. Punta il suo Suzuki verso la tangenziale, vuole arrivare il prima possibile in un paesino della bergamasca dove ha lo studio Massimo D’Anzuoni per sparagli. Quando arriva a Vimercate – nord est di Milano – si infila in un parcheggio. Non immagina che i carabinieri di mezza Lombardia lo stiano già cercando. Lo blocca una pattuglia, documenti. E’ lui. Dice: «Mi hanno rovinato. Dovevo vendicarmi». Poi davanti ai magistrati che lo interrogano non dice più niente.

Il Messaggero