Strage a Milano Giardiello choc: «Ero pronto a fare altre vittime»

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MILANO Ha ucciso in un’aula perché «il Tribunale mi ha rovinato, quel posto è l’origine di tutti i miei mali». Quando Claudio Giardiello viene fermato dai carabinieri dopo aver massacrato tre persone, la sua missione di morte non è ancora conclusa. Sotto la sella dello scooter ha la Beretta con un colpo in canna e un caricatore con dodici proiettili pronti per essere scaricati addosso all’ex socio. Le manette sono quasi un sollievo: «Avete fatto bene ad arrestarmi, altrimenti sarei andato ad ammazzare un’altra persona e poi mi sarei ucciso». Ora è nel carcere di Monza, dove stamane verrà interrogato dal gip Patrizia Gallucci: l’accusa sarà di omicidio plurimo premeditato, tentato omicidio e lesioni gravi.
STRAGE Non è escluso tuttavia che la Procura contesti il reato di strage. I magistrati stanno ancora ricostruendo la dinamica di quanto accaduto, ma dai primi accertamenti sembrerebbe che tra i feriti vi sia almeno una persona che non c’entrerebbe nulla con la vendetta di colui che, tra i soci dell’immobiliare, era noto come il Conte Tacchia. Si tratta dell’avvocato Paolo Brizzi, ferito in maniera lieve, che si trovava su una panca fuori dall’aula accanto al commercialista Stefano Verna, colpito alle gambe. Se Brizzi fosse stato centrato perché Giardiello ha sparato all’impazzata, potrebbe scatterebbe il reato di strage. Davanti al pm Franca Macchia il killer è rimasto il silenzio, ma nella caserma dei carabinieri di Vimercate era un fiume in piena. Frasi concitate dette al momento dell’arresto che i carabinieri hanno trascritto e che costituiscono l’unico verbale dell’immobiliarista fallito. «Odio i magistrati, è colpa loro. Con loro non parlo», è sbottato cacciando via anche l’avvocato d’ufficio. Giardiello, come si legge nella relazione del curatore fallimentare della Magenta depositata agli atti dell’inchiesta, era convinto «di avere tutti contro», una sorta di accerchiamento che l’ha spinto «ad attaccare tutti quelli con cui fino a quel momento aveva fatto lucrosamente affari». O che, nella sua visione distorta, lo avrebbero artatamente rovinato, primo fra tutti il giudice Ciampi: «Aveva scoperto un giro di assegni falsi che avevo firmato con il nome di mia moglie», ha raccontato agli investigatori. Per l’omicida, come scrive il suo ex avvocato Marco Eller in una denuncia per minacce e violazione di domicilio del 2012, «sarebbe stato ordito un complotto ai suoi danni, che avrebbe coinvolto taluni suoi difensori e, addirittura il dottor Fernando Ciampi».
LE MINACCE Così decide di risolvere la questione una volta per tutte. Alle nove e mezza di giovedì mattina entra in tribunale dal varco senza metal detector, quello riservato agli avvocati. Una telecamera lo riprende mentre si infila il portafogli nella tasca della giacca, forse dopo aver mostrato frettolosamente agli uomini della sicurezza un documento simile al tesserino da avvocato: dalle perquisizioni non è spuntato alcun documento falso e Giardiello sulla questione non apre bocca. Concede solo un flash su ciò che gli è balenato per la testa mentre beffava il sistema di sicurezza: «Quando ho superato il varco ho pensato: se mi fanno passare con la pistola, lo faccio…». Nessuno lo ferma prima di sparare nè dopo che ha ucciso: «Sono uscito tranquillamente dal tribunale. Ho lasciato lo scooter parcheggiato in via Manara». Insomma, un piano premeditato, volto a ottenere un’immaginaria giustizia per una vita devastata dall’odio. L’ultimo ricordo del suo ex legale Eller: «Ha più volte minacciato di farmela pagare. Ha cercato di entrare nel mio studio con violenza, inveendo e aggredendomi verbalmente».

IL MESSAGGERO