Stipendi Rai, sì al tetto di 240mila euro

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ROMA In Rai tetto a 240 mila euro lordi uguale per tutti. Potrebbe sembrare un riparo più che sufficiente, ma a viale Mazzini sono 44 gli alti dirigenti e giornalisti che ci sbatteranno la testa, essendo la loro statura – retributiva – ben superiore a quella che il Cda Rai di ieri ha stabilito avendo come termine di paragone l’emolumento del capo dello Stato. A farne le spese innanzitutto il dg Luigi Gubitosi, che vedrà ridursi del 63 % il proprio compenso, a oggi 650 mila euro. La presidente Anna Maria Tarantola ci rimetterà 126 mila dei 366 mila euro finora guadagnati. Seguono gli altri megadirigenti la cui retribuzione annua si attesta tra i 240 e i 500 mila euro. Nel corso del Cda Gubitosi ha comunicato la decisione prudenziale di accantonare in un fondo rischi la differenza tra la cifra percepita fino ad oggi dai dirigenti e i 240 mila euro del tetto in modo da avere le risorse necessarie sia in caso di cause da dover affrontare, sia nel caso che le previsioni del decreto Irpef cambino in corso di conversione. E’ infatti prevedibile che i dirigenti coinvolti nei tagli facciano causa, forti del fatto che i contratti che li legano alla Rai sono di diritto privato con tutte le garanzie connesse. E’ stato anche calcolato che l’introduzione del tetto porterebbe a un risparmio tra 3,5 e 4 milioni di euro.

TERREMOTO
Questo il terremoto retributivo vissuto ieri dal vertice Rai dopo l’affondo di Matteo Renzi sui superstipendi di tutti i manager pubblici. Ma la scure del premier, in tema di spending review, sembra dover lasciare un segno forse ancor più doloroso con la richiesta di 150 milioni a carico del canone Rai che figura all’articolo 21 del decreto Irpef in discussione al Senato. Ma contro il provvedimento è arrivata una pioggia di emendamenti di tutti i gruppi parlamentari, unanimi nella richiesta di soppressione dell’art. 21, ma con un’ampia gamma di ricette per conseguire un equivalente risultato in termini di risparmio: dal recupero dell’evasione del canone alla vendita di assetti aziendali. Il timore dichiarato è che i tagli richiesti dal governo si traducano in uno «smantellamento e non in un rilancio del servizio pubblico». Si muovono anche le rappresentanze dei giornalisti, il segretario della Fnsi, Franco Siddi, afferma che «l’innovazione della Rai e del servizio pubblico non si misurano in una gara a chi è più bravo a toglierle risorse», perché «il rischio è di minare alle fondamenta un bene del Paese esponendolo alle intemperie di un mercato drogato, che troppi guasti ha provocato e sicuramente ha alimentato costi e, forse, sprechi».

IL MESSAGGERO