Stato-mafia, Napolitano: testimonierò

GIORGIO NAPOLITANO 5

«Prendo atto dell’odierna ordinanza della Corte d’Assise di Palermo. Non ho alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza». Così, con una nota, Giorgio Napolitano accetta – primo presidente della Repubblica – di deporre davanti alla Corte d’Assise di Palermo. Sciogliendo la riserva, infatti, Alfredo Montalto, il presidente della Corte che giudica la presunta trattativa Stato-mafia, ha motivato la decisione del Collegio che ieri ha respinto la richiesta di alcuni difensori ad annullare la citazione di Napolitano, già decisa ad ottobre scorso, ed ha accolto la richiesta a mantenerla dei mm. I legali ritenevano superfluo l’adempimento dopo la lettera inviata alla Corte il 17 ottobre del 2013, in cui Napolitano sottolineava che «sarebbe (stato) ben lieto di dare, ove ne fosse in grado, un utile contributo all’accertamento della verità processuale, indipendentemente dalle riserve sulla costituzionalità dell’art. 205, comma 1, del cpp» espresse dai suoi predecessori. Al contempo Napolitano esponeva «i limiti» delle sue «reali conoscenze, in relazione al capitolo di prova testimoniale ammesso».
A DOMICILIO

Napolitano verrà ascoltato «a domicilio», dunque presumibilmente al Quirinale, in un’udienza nella quale saranno presenti avvocati e Pm, con esclusione di imputati e pubblico. La data non è stata stabilita.
La motivazione dell’ordinanza è molto articolata è dice in sostanza che non spetta al testimone stabilire se sia o meno in grado di portare elementi utili nel processo. Inoltre, prosegue la motivazione «non si può escludere il diritto delle parti di chiamare un testimone su fatti rilevanti per il processo solo perché il testimone ha escluso di essere informato sui fatti stessi». Sgombrando il campo da altre ipotesi, il Collegio esclude poi che successivamente alla dichiarazione di ammissibilità della testimonianza (ottobre 2013), in quanto «né superflua né irrilevante» siano stati «acquisiti elementi di sorta che possano consentire di superare quella valutazione» e tra i nuovi elementi che possono condurre a riconsiderare il provvedimento – ribadiscono – non può ricomprendersi la lettera inviata dal teste il 31 ottobre 2013.
Dunque Napolitano testimonierà, anche se su un capitolo già circoscritto dall’Assise al momento di ammettere la testimonianza del Presidente, inserito nella lista della Procura, perché riferisse sui colloqui tra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e l’ex consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, poi deceduto a seguito di un infarto. E nel circoscriverlo i giudici avevano stabilito che la testimonianza del presidente dovrà avvenire «nei soli limiti della conoscenza del teste che potrebbero esulare dalla funzioni presidenziali e dalla riservatezza del ruolo». Questi paletti derivavano e tenevano sostanzialmente conto della sentenza della Corte Costituzionale che aveva accolto la richiesta di Napolitano di distruggere le intercettazioni delle sue conversazioni telefoniche con Mancino, l’ex ministro e vice presidente del Csm che figura tra gli imputati del processo per la presunta trattativa.

Il Messaggero