Stato-mafia, il Colle «Mai saputo di patti»

GIORGIO NAPOLITANO 5

In piedi, entra Giorgio Napolitano. Non è andata proprio così, ma quasi. In segno di rispetto verso l’istituzione e anche avvertendo l’eccezionalità di un evento forse irripetibile – la testimonianza di un Capo dello Stato in un processo che vede sul banco degli imputati mafiosi ed ex esponenti delle istituzioni – i presenti nella sala del Bronzino, a palazzo del Quirinale, si sono istintivamente alzati. Tutti e quaranta, compresi il presidente della Corte di Assise di Palermo, Alfredo Montalto, il procuratore facente funzioni Leonardo Agueci, gli altri quattro pm, le difese dei dieci imputati e quelle delle parti civili. Tre ore e mezza filate, con un solo intervallo di 15 minuti.
FUOCO DI FILA
Una quarantina di domande in tutto, incluse quelle di Luca Cianferoni, l’avvocato del boss dei boss, Totò Riina. Seduto a uno scrittoio, alla sinistra della Corte, Napolitano risponde senza esitazioni, nessuna stozzatura della voce. Risponde su tutto. Anche su alcuni punti cui avrebbe potuto sottrarsi, tenuto conto di quelle prerogative che la Consulta, due anni fa, sancì in via definitiva, accogliendo il conflitto sollevato dal Colle contro la procura di Palermo e imponendo la distruzione delle telefonate intercettate tra Napolitano e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, ora imputato per falsa testimonianza. La parola ”trattativa” non avrebbe varcato la soglia del Palazzo del Quirinale, mai pronunciata da alcuno dei presenti. Il condizionale è però d’obbligo, tenuto conto che i giornalisti sono stati tenuti off-limits. Pertanto, fino a quando non sarà trascritta e depositata l’intera audizione le uniche fonti sono i relata refero dei presenti. Che riferiscono di un amplissimo racconto: i turbamenti di Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale, messi per iscritto cinque settimane prima di morire d’infarto; le bombe del ’93 e la revoca di oltre 300 41 bis decisi dall’ex Guardasigilli Giovanni Conso; i rapporti con l’allora presidente della Commissione Antimafia Luciano Violante cui Vito Ciancimino, ex sindaco mafioso di Palermo, considerato dall’accusa uno dei protagonisti della trattativa, avrebbe fatto sapere di voler essere ascoltato a palazzo San Macuto; l’allarme del Sismi su un pericolo attentato, sempre nel ’93, contro gli allora presidenti di Camera e Senato, Napolitano e Spadolini.
INDICIBILI ACCORDI
Sono le 10.05 quando il procuratore Agueci prende la parola: «Sono qui per rispetto al presidente, all’atto che sta per compiere e alla verità che stiamo cercando». Le domande, quelle, sono solo dell’aggiunto Vittorio Teresi e del pm Nino Di Matteo. Teresi: a cosa si riferiva D’Ambrosio quando scrisse di temere di essere stato considerato tra l’89 e il ’93 quale «utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi»? Non è il termine ”trattativa”, ma ci assomiglia molto. Quella lettera di dimissioni respinte – risponde Napolitano – fu scritta in uno stato di grande esasperazione, travaglio e turbamento di D’Ambrosio, un servitore dello Stato messo sotto una luce ambigua dalla pubblicazione delle sue telefonate (con Mancino, nome mai citato dal Presidente). Ma – aggiunge Napolitano – di ”indicibili accordi” «non me ne parlò. Non discutevamo del passato. Guardavamo al futuro». E d’altronde – risponderà poi anche all’avvocato Massimo Krogh, legale di Nicola Mancino – sarebbe stata un’ipotesi priva di sostegno oggettivo, perché D’Ambrosio «era una persona di una lealtà, correttezza e preparazione giuridica tali che se avesse avuto altro che un’ipotesi, sarebbe andato all’autorità giudiziaria a denunciare il tutto».
I pm passano allora ai ricordi del presidente sul 1993, un anno fondamentale per l’impianto accusatorio. L’anno in cui, per la procura, le bombe portarono lo Stato alla capitolazione culminata nelle revoche di oltre 300 provvedimenti di 41 bis per i capimafia.
ULTIMATUM E GOLPE
Non ha memoria Napolitano, all’epoca presidente della Camera, della lettera dei detenuti mafiosi indirizzata all’allora Capo dello Stato Scalfaro, né di aver mai avuto informazioni sull’ipotesi di chiudere le super carceri di Pianosa e Asinara. Ma è sulla valutazione che Napolitano offre in merito alle stragi di mafia che il pm Di Matteo insiste e, ad audizione conclusa, arriva a dire che da parte del Presidente ci sarebbe stata la «immediata percezione» di un ricatto di Cosa Nostra alle istituzioni. Ben diversa la lettura che l’avvocato Basilio Milio, nel pool dei legali del generale Subranni e dei colonnelli del Ros Mori e De Donno, dà a queste affermazioni: «non c’era bisogno di disturbare Napolitano per sapere circostanze già depositate agli atti del processo Mori» sulla strategia di Cosa Nostra.
Delle stragi del ’93, il presidente rammenta in ogni caso le fibrillazioni istituzionali di quel periodo, il rischio golpe di cui parlò Ciampi quando ci fu il black out dei centralini di Palazzo Chigi, e la sensazione che si ebbe: cioè che l’ala oltranzista di Cosa nostra stesse perseguendo una strategia volta a dare un aut aut allo Stato.
CIANCIMINO E VIOLANTE
Di Matteo insiste anche sulla richiesta di Vito Ciancimino di essere sentito dall’Antimafia. Napolitano era stato informato dall’allora presidente Violante? Probabilmente me ne parlò e comunque la notizia apparve sulla stampa – avrebbe risposto il capo dello Stato – ma «poi non mi spiegò perché non lo convocarono». Sapeva dell’allarme del Sismi su un rischio attentati contro lui e Spadolini? «Parisi me lo disse invitandomi alla cautela». Ma Napolitano, che aveva l’esperienza degli anni del terrorismo, avrebbe accolto la notizia con imperturbabilità rifiutando anche il potenziamento della scorta quando si recò in vacanza a Stromboli. Ebbe solo una maggiore tutela in occasione di un suo viaggio a Parigi.

Il Messaggero