Stato-mafia, al Colle udienza a tutto campo

Palazzo Chigi

La sala dovrebbe essere quella del Bronzino. È lì, dove abitualmente il presidente della Repubblica incontra i Capi di stato ospiti prima dei colloqui ufficiali, che Giorgio Napolitano testimonierà al processo sulla trattativa Stato-mafia, davanti alla Corte d’assise di Palermo. Napolitano ha accettato di rispondere alle domande, ma resta un margine di prudenza. Potrebbe decidere all’ultimo momento di non rispondere e, comunque, sembra escluso che possa ampliare l’ambito della testimonianza, certamente circoscritta, sempre che ricordi ancora i dettagli dei fatti avvenuti venti anni fa. All’udienza, fissata per domani, dovrebbero partecipare una quarantina di persone: i giudici, togati e popolari, la cancelliera, cinque pm e gli avvocati delle sette parti civili e dei dieci imputati, che invece non sono stati ammessi dalla Corte ad assistere direttamente o in videoconferenza.
Il Quirinale resta off limits alla stampa che non potrà seguire la testimonianza neppure a distanza, attraverso la videoregistrazione: possibilità non esclusa dai giudici che avevano dato il nulla-osta alla presenza da remoto dei media, ma «bocciata» dal Colle, che ha regolamentato rigidamente l’accesso al palazzo. Le parti processuali non potranno portare cellulari, tablet, pc e strumenti di registrazione. L’udienza sarà verbalizzata secondo le regole ordinarie, i verbali saranno disponibili per le parti, una volta trascritti, nei giorni successivi.
L’UDIENZA
A rivolgere per primo le domande al capo dello Stato sarà il procuratore aggiunto Vittorio Teresi. Mentre Leonardo Agueci, numero uno dei pm palermitani, sarà presente ma non lo interrogherà. La prima parte della deposizione riguarderà i dubbi e le preoccupazioni che l’ex consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio, gli aveva espresso al presidente in una lettera, nel giugno del 2012, un mese circa prima di morire per un infarto. Nel documento, peraltro reso pubblico dallo stesso Quirinale, D’Ambrosio avanzava il timore di «essere stato considerato solo un ingenuo e inutile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi» tra il 1989 e il 1993, anni in cui l’ex consigliere era all’Alto commissariato per la lotta alla mafia e poi al ministero della Giustizia. Sui timori di D’Ambrosio, però, il capo dello Stato ha già fatto sapere alla Corte, tramite una lettera, di non avere nulla di utile da riferire. Poi, il pm Nino Di Matteo dovrebbe approfondire i fatti accaduti nel 1993 partendo dall’allarme attentati a Napolitano e a Giovanni Spadolini, lanciato dal Sismi nell’agosto del ’93. La riservata degli 007 è stata acquisita agli atti del processo ed è chiaro che sarà oggetto di domande al presidente dal momento che riguarda proprio il periodo citato nella lettera di D’Ambrosio. Nel fascicolo del dibattimento è finita anche una nota del Sisde del 20 agosto del 1993 in cui si parla dell’intenzione di Cosa nostra di avviare una trattativa con le istituzioni. Argomento di cui, però, la Dia e lo Sco avevano già scritto in rapporti dei primi del mese dello stesso anno. Dopo i pm sarà la volta del controesame dei legali. In particolare l’avvocato del boss Totò Riina ha chiesto e ottenuto di potere fare domande a Napolitano su un tema più ampio e relativo «a quanto accadde nel 1993 e nel 1994». Ma non è scontato che il difensore, oltre al controesame, domani possa riuscire a fare l’esame del teste: il suo turno, salvo accordo delle parti, sarebbe tra alcuni mesi.
IL PRESIDENTE
La Corte, all’ultima udienza, ha ricordato comunque che l’esame del presidente della Repubblica è subordinato alla sua disponibilità, sottolineando che potrebbe revocarla in qualunque momento. Tra l’altro, per quanto la disponibilità del Quirinale sembri oramai assodata, sembra scontato che le risposte non forniranno alla Corte elementi di novità. Tra l’altro Napolitano potrebbe anche non ricordare circostanze avvenute ormai molto tempo fa.

Il Messaggero