Soru, ecco l’ennesimo condannato Pd

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C’è una mietitrebbia giudiziaria che a scadenza quasi quotidiana investe le spighe luminose del Pd. Ieri è toccato ad un nome che, pur eclissatosi un bel po’ con il renzismo, fino ai tempi di Veltroni ha significato molto. Renato Soru, fondatore di Tiscali, oggi eurodeputato e già presidente della Sardegna.

Il giudice monocratico del Tribunale di Cagliari lo ha condannato in primo grado a tre anni di reclusione per evasione fiscale. Secondo l’accusa, una società con sede a Londra, la Andalas, riconducibile allo stesso Soru, avrebbe elargito un prestito di 27 milioni di euro alla Tiscali finance. Che, secondo le ricostruzioni, avrebbe poi restituito una parte del debito versando anche gli interessi. Ma l’ammontare non sarebbe mai stato dichiarato al fisco. Tutto nacque da un servizio di Annozero nel 2009. Questa la cronaca spicciola. Cui si aggiunge l’immagine del volto comprensibilmente attonito di Soru di fronte a telecamere e taccuini, fuori dall’aula giudiziaria, scandendo che «mi aspettavo di essere assolto», è «un momento grave e importante della mia vita», con l’ ammissione di voler «stare un po’ da solo» a casa per riflettere. Il giudice ha anche deliberato «l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, l’interdizione dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria, nonché l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione» per due anni.

Una catastrofe per un uomo d’azienda come lui. E mentre echeggiano sullo sfondo gli anatemi di Grillo («L’epopea immorale del Pd continua»), filtrano le parole del suo avvocato sui beni e parte dello stipendio pignorati, scorrono tutti gli anni d’oro della carriera politica ed imprenditoriale di Renato Soru che ieri, si è subito dimesso da segretario Pd della Sardegna. Una carriera, la sua, forgiata da un certo impeto caratteriale. Espresso già da quello sguardo serioso, l’espressione della sardità più profonda. Nato in un piccolo Paese del Medio Campidano, Sanluri, padre segretario di scuola e madre commerciante, iniziò ottimi studi (Bocconi), poi interrotti per la morte del padre, ripresi e portati a termine.

La collaborazione con l’imprenditore Nicola Grauso lo introduce al pionierismo del web, che lo porterà, a metà degli anni ’90, a fondare Tiscali, tra i primi provider italiani. Che radica proprio in Sardegna. Un felice paradosso: la terra da sempre penalizzata dall’isolamento ora diventa volano per un nuovo allaccio sul mondo. Tiscali, che nella sua storia avrà altalenanti fortune, cresce e alle soglie del nuovo millennio si quota in borsa. Soru, intanto, comincia la rotta di avvicinamento con la politica, i Ds in particolare. Fonda un suo movimento, «Progetto Sardegna», nella costellazione della sinistra regionale. Nel 2004 il salto. Da capitano d’impresa viene candidato alla presidenza della Regione, e vince scalzando l’ex golden boy di Berlusconi, Mauro Pili. Da lì, comincia il quinquennio che sarà costellato di polemiche per via di alcune scelte che innescarono uno scontro oltre il tratto di mare che separa la Sardegna dal Continente. Come la «tassa sul lusso», riguardante yacht, aerei privati, villoni in riva al mare, che fece inalberare decine di villeggianti illustri (tra cui Flavio Briatore) e poi fu bocciata dalla Corte Europea; o il divieto di costruire entro due chilometri dal mare. E ci fu, in quegli anni, il caso Saatchi&Saatchi, il colosso del marketing a cui Soru appaltò la pubblicità della Regione. La società, poi, subappaltò una parte dell’incarico ad un consorzio di imprese sarde in cui comparivano nomi legati a Tiscali. Ne nacque un’indagine, un processo, ma Soru ne uscì completamente pulito.

Il picco della notorietà, per lui, si ebbe però a inizio 2009. Si era dimesso dalla presidenza della regione, a qualche mese dalla scadenza naturale, per una legge non approvata integralmente. E si trovò, come sfidante, Ugo Cappellacci, un giovane commercialista che aveva seguito alcune questioni fiscali di Berlusconi. Il quale scese direttamente in campo, al massimo della sua popolarità da premier, ed ogni venerdì sera volava in Sardegna per trascorrere il week end tra comizi e appuntamenti di sostegno al suo candidato. La sfida, ovviamente, divenne tra Soru e Berlusconi. E il patron di Tiscali fu proiettato nello scenario nazionale. E non solo. In un lungo ritratto, Le Monde lo definì «il Bill Gates italiano», dallo «sguardo mobile come quello di un uccello». E anzi, qualcuno azzardò che, se ce l’avesse fatta, avrebbe potuto esser il successivo candidato premier. Ormai, il nome di Soru era perfettamente ancorato a sinistra. Era diventato, da un anno, editore dell’Unità e godeva del sostegno di Veltroni. Al momento di prender la spinta sul trampolino, però, fu buttato giù. Dai sardi, che gli preferirono Cappellacci- Berlusconi. Una storia un bel po’ triste, dunque. Che ieri, sul lato politico, ha avuto il punto più basso.

Il Tempo