Sorpresa Pioli, Felipe incanta

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Un organico di valore e un tecnico capace di esaltare le qualità di ogni singolo giocatore: è questo il segreto del successo. Ma dove nasce la forza di questa squadra? Intanto dal mercato. Il club ha messo a disposizione del nuovo allenatore una rosa all’altezza della situazione con innesti di livello come De Vrij, Parolo e Basta. Ma anche Pioli, per la prima volta chiamato a guidare una formazione ambiziosa, ha inciso molto.

Il tecnico emiliano ha avuto il merito di recuperare Biglia e Felipe Anderson dopo una stagione di alti e bassi vissuta in biancoceleste. L’argentino grazie al modulo (4-3-3 o 4-2-3-1) ha ampliato il proprio raggio d’azione: oggi ha più spazio rispetto ai tempi di Petkovic e Reja che proponevano un centrocampo a quattro, il regista riesce a manovrare con maggior fluidità, si prende maggiori responsabilità dopo aver acquisito consapevolezza nei propri mezzi dopo il Mondiale brasiliano. Felipe Anderson è sbocciato tra le mani di Pioli quasi in maniera inaspettata. L’infortunio di Candreva sembrava quasi l’ultima spiaggia per il brasiliano che – fino a quel momento – aveva faticato a esprimere le sue qualità. L’allenatore gli ha dato fiducia, lui ha sfruttato il momento propizio continuando a lavorare con impegno.

Il merito di Pioli per aver recuperato giocatori importanti vale anche per Federico Marchetti, tornato ai livelli abituali dopo una bella iniezione di fiducia. Il fatto di sentirsi «il titolare» ha restituito all’estremo difensore quell’autostima che aveva pian piano perso per strada nella scorsa stagione. Ma al di là dei singoli, l’allenatore ha avuto anche il merito di indottrinare i suoi giocatori a una nuova filosofia di gioco, fatta di aggressività, rapidità e strategia.

La Lazio è una formazione che sviluppa il proprio gioco attirando l’avversario con il fraseggio tra i difensori, poi aggredisce lo spazio sul lato debole, dove i difendenti – avendo portato il pressing sulla palla – sono in minor numero. Il dinamismo degli interni di centrocampo, il sacrificio per il gioco di squadra della punta centrale e il ruolo degli esterni offensivi sono le pietre miliari del castello biancoceleste. In fase di possesso, quando gli avversari arrivano a coprire le linee di passaggio per Biglia, gli interni di centrocampo si interscambiano col regista assumendo la responsabilità della costruzione del gioco. In fase di non possesso l’unica regola è portare un pressing immediato sul portatore di palla, gli avversari non devono mai avere la possibilità di giocare la palla in modo pulito. La difesa parte dagli attaccanti, ma anche nel reparto arretrato le cose vanno bene. Mauricio è l’uomo deputato ad aggredire l’avversario che gioca tra le due linee, De Vrij attende in seconda battuta, ma quando bisogna avviare l’azione è il primo architetto della squadra. I terzini partecipano attivamente anche alla manovra offensiva, così come gli esterni d’attacco sono chiamati a un lavoro di ripiegamento difensivo.

La Lazio è una squadra compatta, dentro e fuori dal campo: le otto vittorie nelle ultime nove gare tra campionato e coppa lo dimostrano, così come il secondo attacco della serie A (54 gol fatti contro i 57 della Juve) e la terza difesa (dopo i bianconeri e la Roma). Il connubio tra giocatori e staff tecnico – cementato dai buoni risultati – esalta il gruppo alleviandone la fatica. L’ingranaggio funziona, sembra un orologio svizzero, e segna l’ora del successo.

IL TEMPO