Sono sei i complici dei terroristi si sospetta un altro tentato omicidio

terrorist killer

Nel pomeriggio del 7 gennaio, con una «Diffusion nationale urgente», la Brigata criminale di Parigi apre la caccia a tre presunti terroristi. Due sono i fratelli Kouachi, gli uomini in nero di rue Nicolas Appert, gli autori della strage di Charlie Hebdo. Il terzo è il loro giovane cognato, Hamyd Mourad, di cui la polizia conosce la data di nascita -8 luglio 1996-, ma non l’indirizzo. Un dispaccio così allarmato e puntuale vuol dire almeno una cosa: la polizia ritiene che quella Citroen nera con i vetri oscurati abbia avuto al volante qualcuno.
Ma questo autista alla fine nessuno lo inquadra, né davanti alla redazione di Charlie Hebdo e neppure dopo, mentre i Kouachi freddano sul selciato il poliziotto Menabet, franco algerino come loro. Mourad, invece, dovrà dire grazie ai suoi compagni di scuola, che si precipitarono tutti insieme la mattina dopo alla polizia: tranquilli, era in classe con noi.
IL TERZO UOMO

Ma dov’è finito questo autista? Continuare a parlare di «terzo uomo», come fa il ministro Manuel Valls, francamente non aiuta. Perché era un terzo uomo, a un certo punto, Coulibaly e invece si muoveva «sincronizzato» ma in proprio, perché poteva essere una terza donna per certi versi la sua compagna algerina e s’è scoperto che non era così. S’è scoperto, invece, che dietro la strage di Charlie Hebdo c’è stata una regìa complessa e raffinata, tutta ancora da decifrare.
I fatti di sangue si incastrano l’uno con l’altro, ma non se ne viene a capo. Ed è stupefacente scoprire come alla fine le informazioni vere, gli spunti decisivi per le indagini, li abbiano forniti solo loro, i terroristi. Che siano stati loro a lasciare quella patente nella Citroen, che sia stato Coulibaly a collegare platealmente l’omicidio della poliziotta con l’assalto al supermercato kosher gridando ai poliziotti: «Lo sapete bene chi sono io», che gli stessi Kouachi si siano premurati, prima di cadere nel blitz, di firmare le loro gesta: «Vogliamo morire da martiri».
LA CACCIA AI KOUACHI

È stupefacente anche il ritardo accumulato dagli investigatori francesi, nelle ore più convulse e difficili, nel riuscire a stabilire un collegamento tra un fatto e l’altro. È già mercoledì sera, siamo a poche ore dalla strage, quando la caccia ai Kouachi scatta verso Reims. La direzione, almeno quella, è buona. Ma è tale la concitazione, tale la confusione che passa completamente inosservata, anche agli investigatori più attenti, questa notizia: un podista di 32 anni, proprio in quei momenti, viene raggiunto da cinque colpi di pistola a Fontenay en Roses, sempre nell’Hauts de Seine, sempre a Nord di Parigi. Scopriremo solo a marcia repubblicana avvenuta che è il posto dove Coulibaly ha abitato per anni. Intanto il ragazzo è in fin di vita, ma resta un banale fatto di cronaca nera. Si saprà solo 36 ore dopo che per ferire quel podista con cinque colpi di pistola, alle gambe e alla schiena, era stata usata una pistola automatica Tokarev, una di quelle pistole che Coulibaly aveva poi portato con sé nell’altra strage, al supermercato Kosher. Lo interrogheranno il podista, nonostante le condizioni, e lui racconterà di aver visto «un uomo bianco» sparare. Sta ricordando bene? È lui il terzo, il quarto, il quinto uomo? Secondo le ultime notizie che trapelano dagli inquirenti addirittura i componenti della banda jihadista sarebbero addirittura nove: i tre terroristi morti più altre sei persone che in questo momento sono in fuga. Una delle sei è Hayat Boumeddiene, la donna di Coulibaly, in questo momento presumibilmente nascosta in Siria. Un altro dei latitanti sarebbe un uomo che è stato avvistato alla guida di una Mini Cooper intestata a Hayat.
SEMPRE IN RITARDO

Dall’inizio di questa storia gli investigatori sono sempre costretti a inseguire gli eventi, non riescono mai e esserne padroni. Come quando hanno capito, con troppe ore di ritardo, che la giovane agente della polizia municipale era stata uccisa da Coulibaly. A rivelarlo è stato lo stesso assassino.

Il Messaggero