Siria, ancora bombe e combattimenti ad Aleppo. Gli Usa chiedono una ‘no fly zone’

ALEPPO

Avrebbero dovuto fare raid congiunti, Washington e Mosca, per poi uscire finalmente dal ‘pasticcio’ siriano con una soluzione condivisa. Invece la tregua in Siria è spezzata e l’arrivo degli aiuti umanitari è ancora minacciato dalla esplosione delle ostilità, nonostante stia lentamente riprendendo: le Nazioni Unite avevano deciso lo stop lunedì a seguito dell’attacco agli operatori umanitari, ora un convoglio Onu si sta dirigendo verso un’area assediata di Damasco. A New York si tenta la strada diplomatica e gli incontri delle Nazioni Unite sono all’insegna della tensione fra Casa Bianca e Cremlino. La Russia punta il dito contro gli Usa per aver interrotto sabato la tregua colpendo le milizie di Assad. Il presidente siriano stesso dichiara, in un’intervista all’Afp, che gli Stati Uniti sono i responsabili della rottura della tregua e che il loro attacco dello scorso weekend era “intenzionale”. Gli Stati Uniti dal canto loro ribadiscono che si è trattato di un errore e attribuiscono a Mosca le responsabilità dell’attacco di lunedì al convoglio umanitario Unhcr.

Perciò il segretario di Stato americano John Kerry ha avanzato ieri una proposta che finora gli Usa avevano tenuto nel cassetto: una “no fly zone” in alcune aree chiave del Paese. “Bisogna trattenere a terra gli aerei di Damasco che bombardano opposizione e civili”, ha detto Kerry al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Ma la Russia non ci sta: la proposta “non è attuabile”, dicono dal ministero degli Esteri di Mosca, mentre Lavrov in persona, pur non escludendo che la tregua possa essere ripristinata, sottolinea il suo no alla cessazione delle ostilità “se è solo unilaterale”.

Il dialogo, intanto, non ferma i combattimenti. Nella notte una pioggia di bombe ha colpito la zona orientale di Aleppo, fuori dal controllo governativo. Testimoni delle esplosioni hanno parlato di ordigni al fosforo e le immagini trasmesse dall’Aleppo Media Center mostrano in effetti alcuni quartieri illuminati a giorno dalle esplosioni di colore bianco che potrebbero confermare la tesi delle bombe incendiarie. Secondo l’Osservatorio per i diritti umani in Siria (Ondus), sono stati condotti almeno 14 raid diversi su Bustan al Qasr e Kallasa. “Si è trattato dei raid aerei più violenti da mesi all’interno di Aleppo”, ha detto il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdulrahman.

La zona, ancora in mani ai ribelli, è assediata dalle forze lealiste e dalle milizie filo-iraniane ed è presa di mira da mesi da raid russi e governativi. Agli attacchi dal cielo sono seguiti
violenti combattimenti, tuttora in corso mel quartiere di Ramoussa, fra le truppe del regime di Assad e quelle della coalizione di ribelli islamisti e jihadisti. Scontri sarebbero ugualmente in corso nelle province centrali di Homs e Hama.

Intanto anche lo scacchiere iracheno si complica. Qui, nell’altro Paese dove l’Isis si è radicato, arriva l’allarme degli Stati Uniti: “I terroristi usano armi chimiche”, dice Washington. Un piccolo razzo è stato lanciato martedì da una base militare nel nord del Paese, dove sono stanziate truppe Usa, e secondo un ufficiale americano potrebbe contenere agenti chimici. Al momento sono in corso le analisi di un frammento dell’arma, che è stato spedito a un laboratorio specializzato. Un primo test avrebbe confermato la presenza di sostanze chimiche letali, mentre un secondo test sarebbe stato negativo. Ma gli Stati Uniti confermano la preoccupazione per l’uso di questo tipo di armi, ribadendo che all’inizio di questo mese gli Usa avrebbero sventato una “significativa minaccia chimica” contro i civili iracheni nell’area di Mosul.

La Repubblica