Si alza la voce dei musulmani «Noi diciamo no alla violenza»

notinmyname

Khalid e Fatiah sono arrivati con largo anticipo in place de la République. Non hanno nessun cartello, ma il foulard colorato che copre la testa della ragazza – sguardo dolcissimo – vale più uno slogan: sono musulmani, e sono Charlie. «Non potevamo non venire – dice Fatiah – ci hanno colpito al cuore. I musulmani devono gridare: no!». E i francesi di confessione – o soltanto di cultura, di famiglia – musulmana ieri lo hanno fatto. Contare in quanti hanno risposto all’appello delle istituzioni della comunità è impossibile: non c’era e non ci doveva essere nessun punto di ritrovo, nessuno slogan particolare, nessuna parte del corteo «riservata» ai musulmani.
«RACCOLTO L’APPELLO»

Al contrario, gli imam delle moschee e le autorità religiose hanno chiesto di partecipare tutti insieme, tutti cittadini, in nome dell’Unità nazionale. Una risposta all’islamofobia di questi giorni, in cui si sono moltiplicati aggressioni e atti vandalici contro le moschee, e una risposta anche al fondamentalismo, ai salafisti che minano da dentro la comunità. Il rettore della Grande Moschea di Parigi è soddisfatto. Dalil Boubakeur è arrivato sulla sedia a rotelle, fieramente davanti a un grande striscione nero e bianco, «je suis Charlie», con la sua calotta bianca da imam, davanti ai leader dei partiti politici, al rabbino capo al sindaco Anne Hidalgo. «Sono orgoglioso della risposta dei musulmani francesi oggi – dice – sono qui come cittadini, credenti o no, in famiglia, con i bambini, vedo molte ragazze, col foulard o senza. Hanno risposto al nostro appello, con sensibilità e intelligenza. Soprattutto hanno risposto in tanti, era molto importante».
Moltissime moschee si sono mobilitate, hanno invitato i fedeli a partecipare, a non cedere alla paura, all’indifferenza, al sentimento di doversi giustificare. Come Abdellali Mamoun, il giovane imam di Alfortville, banlieue difficile di Parigi. E’ venuto anche lui in place de la République, senza paura di dire «Je suis Charlie», anche se le caricature di Maometto non l’hanno mai fatto ridere: «Siamo qui per dire che si ha il diritto di fare la caricatura del profeta, e che noi abbiamo il diritto di non essere d’accordo». Mamoun ha visto tanti musulmani alla marcia, tanti di quella «maggioranza silenziosa» che non ama esporsi, che non ha rivendicazioni identitarie, che parla meglio il francese dell’arabo e che va alla Moschea il venerdì e rispetta il ramadan. «Dobbiamo essere uniti» ha detto per tutti la famiglia di Ahmed Merabet, il poliziotto ucciso a sangue freddo a poche centinaia di metri dal percorso del corteo, sul marciapiede di boulevard Richard Lenoir dai fratelli Kouachi in fuga dalla strage a Charlie Hebdo. «Basta fare confusione, basta dichiarare guerre, bruciare moschee o sinagoghe – ha detto il fratello Malek – Noi ci rivolgiamo a tutti i razzisti, islamofobi o antisemiti: non si possono confondere gli estremisti con i musulmani».
«LIBERTÀ D’ESPRESSIONE»

Dopo le croci uncinate e le bombe carta sulle moschee a Poitiers, Rennes, Bayonne, Béthune, i responsabili avevano rivolto molti appelli alla calma, a non reagire, a rispondere con la presenza alla marcia repubblicana. Sono stati ascoltati anche in provincia. A Le Mans ha fatto il giro di twitter la foto di ragazze velate che distribuiscono rose ai concittadini che sfilano. «Era importante – ha commentato a caldo Driss Lachhab, del Consiglio per il culto musulmano – riaffermare oggi chiaro e forte il nostro attaccamento ai valori fondamentali della Repubblica». In tanti sono scesi per la strada anche a Strasburgo. Abdellah ha sfilato con la bandiera francese sulle spalle e la scritta «ana Charlie», sono Chralie in arabo: «Non riesco più a dormire, sono stravolto. Sono un francese di confessione musulmana, è naturale che io sia qui. E siamo anche in tanti. Oggi o mai più dobbiamo riaffermare i valori della Repubblica e la libertà d’espressione. Tutti insieme».

Il Messaggero