Sì all’Italicum: la maggioranza tiene

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Per diventare legge dello Stato, in sostituzione sia del Porcellum che del Consultellum, all’Italicum manca l’ultimo passaggio alla Camera. Ieri ha avuto il sì con ampio margine del Senato che ha largamente modificato il testo arrivatogli da Montecitorio. Risultato che veniva dato per scontato, unica incertezza la possibilità che i voti di FI, stante il rifiuto della minoranza dem di votare la legge, risultassero determinanti, cambiando così volto alla maggioranza del governo Renzi. Non è stato così: i 184 sì, a fronte dei 66 no e 2 astenuti, hanno garantito che anche in assenza dei 47 voti azzurri la maggioranza richiesta ieri – 127 su 253 votanti – sarebbe stata raggiunta e superata di tre voti. 24 sono stati, comunque, i frondisti del Nazareno che non hanno preso parte al voto, a cui si sono aggiunti 12 senatori di FI e 6 di Gal. A sottolineare la circostanza, la ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi: «Sicuramente il contributo di Forza Italia è stato importante, ma fin dall’inizio la scelta del governo è stata quella di non imporre a maggioranza la legge elettorale. In ogni caso, in termini numerici la maggioranza è stata autosufficiente».
Entusiasta Matteo Renzi che, subito il voto di palazzo Madama, twittava: «E due. Legge elettorale approvata anche al Senato. Il coraggio paga, le riforme vanno avanti».
PORCELLINUM
L’opposizione all’Italicum ha trovato spazio nelle dichiarazioni di voto dei senatori di minoranza. Roberto Calderoli, padre del Porcellum, ha tenuto ha includere la nuova legge sempre nel recinto «dei suini»: «Chiamatelo come, volete l’Italicum, ma una volta letto, – ha detto l’esponente leghista – si capisce che di un porcellinum si tratta». E di «Porcellum 2, la vendetta», ha parlato la capogruppo di Sel Loredana De Petris. Legge bocciata anche dai frondisti del Pd con gli interventi in dissenso dal gruppo di Vannino Chiti e di Miguel Gotor e, per opposti motivi, dei forzisti Augusto Minzolini e Cinzia Bonfrisco. L’Italicum, invece, veniva definito da Anna Finocchiaro «la migliore sintesi possibile che potevamo raggiungere in questo ramo del Parlamento, con questi equilibri politici. Tutto è migliorabile – aggiungeva la presidente dem della commissione Affari costituzionali – ma tutti sappiamo che la riforma della legge elettorale si fa cercando il massimo consenso possibile tra le diverse forze rappresentate in Parlamento». Soddisfatto il capogruppo di FI, Paolo Romani, per il quale, «pur nei limiti della mediazione tra forze politiche molto diverse tra loro», l’Italicum ricalca «il progetto che Silvio Berlusconi aveva in mente quando ha fondato Forza Italia nel 1994». Agli antipodi, sempre in FI, la posizione di Raffaele Fitto che accusa: «Male, molto male il soccorso azzurro di FI a Renzi» e loda «i coraggiosi senatori di FI che hanno lasciato l’aula». Ma a manifestare il dissenso più clamoroso in aula sono stati i rappresentanti delle minoranze, non tanto sulla legge in sé ma sul conclusivo ”coordinamento formale“ al testo. Le aggiunte fatte all’ultimo momento per riparare alcune ”falle“ determinate dalla fretta con cui si è operato per il varo della legge, hanno scatenato una vera bagarre.

Il Messaggero