Sì alle unioni civili, anche la Capitale avrà il suo registro

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All’una è l’ora del bacio. Andrea si stringe forte il fidanzato, per la gioia dei fotografi. Poco più avanti Vladimir Luxuria, in blu elettrico, dà il cinque, che diventa pacca, a chi passa; Eva Grimaldi aspetta la consigliera Imma Battaglia per dirle una cosa nell’orecchio; Nichi Vendola, leader di Sel, si gode lo show seduto e poi tira fuori orgoglio pugliese doc: «Io sono già iscritto al registro del Comune di Terlizzi». Dall’altra parte dell’Aula, c’è Ignazio Marino che si alza in piedi. Ride. Il sindaco vorrebbe agitarsi festante come il resto della sua compagnia, ma le stampelle gli ricordano che no, forse non è il caso. E’ l’una, e l’Aula Giulio Cesare con 32 sì, un astenuto dichiarato (la democrat Tiburzi) e 10 voti contrari ha appena approvato il registro delle unioni civili.
LO SCONTRO
Ci sono voluti 18 mesi di gestazione, guerre di religione in consiglio comunale al limite del contatto fisico ma adesso a chi sta qui e canta «bella ciao», tira fuori cartelli sull’amore con cuoricini stilizzati, si commuove, lancia tweet, scatta selfie, poco importa. «E’ fatta». I consiglieri Pd, Sel e quelli della lista civica srotolano uno striscione che diventa virale in rete: Roma deLibera l’amore. Con uno scontato calembour che nasce dalle cinque paginette (la delibera) con regole e possibilità che, con tanta fatica ed emendamenti, sono diventate legge in Campidoglio. Ma non dello Stato, «quindi è fuffa», per sintetizzare la valanga di critiche che piovono dal centrodestra romano e nazionale. Da Gasparri alla Carfagna. E allora il sindaco Marino, che dopo la trascrizione dei matrimoni gay allunga il menù dei diritti più o meno sulla carta, torna a pungolare il Governo e il Parlamento: «Ci aspettiamo che il prossimo passo arrivi da una legge nazionale che, così come affermato autorevolmente dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, sarà votata entro i primi mesi del 2015».
Intanto c’è anche Roma – «finalmente» sottolinea il sindaco – visto che la Capitale d’Italia si dota del registro più dibattuto del Paese dopo 159 città italiane. E’ stata una battaglia in aula. L’opposizione si è spaccata: Sveva Belviso, arrivata trafelata in tuta causa compleanno nel bimbo in corso, annuncia che la sua Altra destra, «che non è bigotta», voterà sì. Come i grillini, tra i promotori della delibera dopo un po’ di melina leguleia. La lista Marchini, favorevole nel merito ma non del metodo, non partecipa al voto. Nel fronte del No, molto lepenista, ci sono Lega, Ncd e FdI. Alemanno: «È contro la legge dello Stato». Forza Italia, assente Bordoni, contraddice l’accordo estivo della Troika Pascale-Berlusconi-Luxuria: contrari. I vinti si ritirano, Marino infierisce: «Non conoscono i sentimenti del Paese». La festa si sposta in piazza, con i palloncini in aria. Il capo dei vigili Clemente si fa un selfie con Battaglia che tra commozione e orgoglio è elettrica. Fabrizio Marrazzo (Gay Center) parla di «fatto storico» e propone «Marino al Quirinale». Aurelio Mancuso, Pd: «Ora una legge». Commenta monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma e presidente della Commissione per la Vita e la Famiglia della Cei: «Ci troviamo davanti ad un attentato al matrimonio nella forma in cui lo vuole la Costituzione, al tentativo di mistificare come matrimonio quello che matrimonio non è».

IL MESSAGGERO