Sì alla riforma Pa per assumere i giovani aumentano i tagli

MATTEO RENZI

ROMA Ci sono voluti quattordici giorni e un «negoziato» non semplicissimo tra Palazzo Chigi e il Colle. Ma alla fine Giorgio Napolitano ha messo la sua firma in calce ai due decreti approvati dal consiglio dei ministri del 13 giugno, uno per la riforma della pubblica amministrazione e l’altro per la competitività e lo sviluppo. A mezzanotte i provvedimenti sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, per cui sono in vigore da oggi. Qualcosa è saltato, come la norma che vietava ai consiglieri di Stato di far parte dei gabinetti dei ministri, o l’unificazione del Pra e della Motorizzazione Civile. Qualcos’altro è stato riveduto e corretto, come il pensionamento anticipato di magistrati e militari, posticipato al 2016. Qualche pezzo è stato trasferito dal decreto al disegno di legge che accompagnerà la riforma, come il commissariamento del Formez. Ma nella sostanza il disegno riformatore del governo è rimasto inalterato. Lo «scambio generazionale», quel meccanismo di staffetta che servirà a far uscire i lavoratori più anziani per far posto a nuove assunzioni di giovani, non ha subito sostanziali cambiamenti. Per gli statali, da ottobre, sarà abolito il trattenimento in servizio. Non sarà possibile prolungare per altri due anni, come accade oggi, la permanenza in servizio una volta che si sono raggiunti i requisiti per il ritiro. 

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La misura libererà, secondo i calcoli del governo, 15 mila posti in tre anni e farà il paio con un’altra norma inserita nella riforma con l’obiettivo di «svecchiare» le amministrazioni. Si tratta della norma che autorizza ministeri, Comuni, Regioni, e tutte le altre articolazioni della Pa, ad obbligare chi ha raggiunto il massimo dei contributi previdenziali, ossia 42 anni e 3 mesi, a lasciare il lavoro. Secondo le stime del ministero della funzione pubblica, questa regola potrebbe liberare fino a 60 mila posti in un triennio. Una notizia positiva ma che fa il paio con una negativa. La relazione tecnica che accompagna il decreto ammette che la «staffetta generazionale» avrà comunque un costo per le casse dello Stato. Peserà per 354 milioni, la cui copertura, ancora una volta, sarà sostanzialmente a carico del commissario alla spesa pubblica Carlo Cottarelli che dovrà incrementare la sua dote di tagli. Confermate anche le regole sulla mobilità, che sarà obbligatoria entro i 50 chilometri, mentre per quella volontaria non ci sarà più bisogno del nulla osta dell’amministrazione di provenienza. La lunga gestazione e il difficile parto del provvedimento, comunque, hanno lasciato il segno nel governo. Il metodo seguito da Matteo Renzi, quello cioè di trovare prima l’accordo politico e poi lasciare ai tecnici di sbrigare il lavoro, ha creato molti attriti e rallentato la macchina. Probabilmente, è il sospetto di Palazzo Chigi, anche per un silenzioso boicottaggio di quella stessa macchina burocratica che il provvedimento intende rivoluzionare. In futuro la macchina sarà rodata e il meccanismo oliato. Non si tornerà ai preconsigli vecchio stile con riunioni di centinaia di tecnici degli uffici legislativi e che per Renzi e Delrio assomigliavano troppo ad un «mercato del comma». Ma il confronto tecnico tra uffici da ora in poi andrà di pari passo con il confronto politico tra ministri. La parola finale però, spetterà sempre a questi ultimi e non ai burocrati. 

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