«Settecento morti» ecatombe in mare E l’Europa guarda

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Sono ore e ore che da quel mare non arrivano segni di vita. E’ dalle dieci del mattino, ormai, che quelle acque non regalano neanche un gemito, che salvagente e zattere lanciati dagli aerei restano lì, senza un paio di braccia che li afferri, senza qualcuno che si aggrappi. Ci girano intorno, a vuoto, qualcosa come diciotto imbarcazioni, ma di quel peschereccio carico di settecento disperati – sessanta miglia a nord di Tripoli, centotrenta da Lampedusa- «restano solo nafta e detriti». E un balletto giustificato ma estenutante di cifre: ventiquattro i cadaveri recuperati, 28 i superstititi per il Viminale e una cinquantina, invece, per le associazioni umanitarie.
È stata la più grande, la più assurda delle stragi di migranti che il Canale di Sicilia abbia mai conosciuto, in una notte di mare calmo e caldo – la temperatura dell’acqua per tutto il giorno sarebbe rimasta attorno ai diciassette gradi, alimentando le vane speranze dei soccoritori – con un gran traffico di navi da una parte e dall’altra.
L’ALLARME
Tanto che quando è scattata la prima richiesta di soccorso al comando delle nostre Capitanerie – «Siamo in difficoltà, aiutateci» il messaggio arrivato dal solito satellitare – il portacontainer protoghese King Jacob, lungo 147 metri, è arrivato in neanche mezz’ora. L’equipaggio si è trovato davanti la scena vista tante altre volte: un barcone stracolmo fino l’inverosimile, perché gli scafisti criminali di questi tempi fanno così, con tutti i migranti che si sono riversati in un solo momento su un solo lato. Sembravano pazzi di gioia, la salvezza era a un passo.
Il mare se li è inghiottiti, invece, in una manciata di secondi. Quelli che erano saliti a vedere e tutti gli altri ammassati nella stiva, che non hanno avuto neanche il tempo di rendersi conto. La stiva come una tomba sicura, ancora una volta, per quelli che alla tariffa piena del viaggio non ci arrivano, per i più poveri, per chi il posto, se di posto si può parlare, l’ha trovato solo all’ultimo momento.
«NON LI ABBIAMO SFIORATI»
«Vi giuro, non li abbiamo neppure sfiorati». Il comandante del King Jacob lo ripete a chiunque gli si faccia incontro, militari, pescatori, operatori umanitari. Come se qualcuno volesse mettere in dubbio il suo racconto, come se la causa di tutto possa essere stata anche una collisione. Invece no, è tutto chiaro. Non è chiaro da dove l’imbarcazione esattamente sia partita, dall’Egitto per ora si ritiene. La guardia costiera libica – o almeno, quel che dovrebbe essere la guardia costiera in un paese dilaniato dagli scontri- l’ha presa subito per buona: «Per le nostre acque non sono neanche passati». E invece quel peschereccio sarebbe sì partito dall’Egitto, ma avrebbe caricato la maggior parte dei migranti nel porto libico di Zuara.
L’AIUTO DI MALTA
Malta stessa, stavolta, non ha potuto fare a meno di scendere in campo. Ci ha messo una motovedetta per i soccorsi e le dichiarazioni accorate del premier Joseph Muscat: «Recuperiamo superstiti fra i cadaveri». L’Italia, invece, ci ha messo proprio tutto quello che aveva, tutto quello che le regole dell’operazione Triton consentono: un Atr 42 della Guardia costiera, una nave, la Gregoretti, sempre della Guardia costiera, la Bergamini e tre elicotteri della nostra Marina militare, e una flottiglia di pescherecci d’altura partiti da Mazara del vallo in una specie di gara di solidarietà, di quelle che la Sicilia sa bene organizzare. Ma i risultati sono quelli che sono: il mare in quel punto è molto profondo, praticamente inutile far scendere i somozzatori. E anche la sorte ci ha messo del suo: se solo il barcone si fosse rovesciato poco più su avrebbe trovato una specie di secca, dove non si scende a più di duecento metri. Ecco, lì sarebbe stato tutto molto più semplice.
Da laggiù arrivano notizie davvero confuse, e anche qui, a Catania, le voci rimbalzano senza fermarsi mai. Di sicuro all’ospedale Canizzaro è ricoverato un superstite, un ragazzino, scampato con la forza dei suoi verdissimi anni a quella strage. L’hanno preso a bordo di un elicottero della nostra Marina, un nugolo di poliziotti protegge per quel che può il suo lettino dall’assalto dei microfoni. Qualcosa ha detto, qualcosa di terribile: «Sono morti come topi quelli ammassati nella stiva perche gli scafisti avevano chiuso i portelloni, erano in trappola». E ha dato cifre che si discostano da quelle raccolte per tutta la giornata, anche queste terribili. «A bordo eravamo 950, compresi 50 bambini». Di tutti gli altri, dei corpi recuperati e dei 28 o 50 superstiti, si sa che stanno tutti sulla nave Gregoretti, in viaggio verso Malta. Potrebbero arrivarci durante la notte o alle prime ore del giorno: i corpi senza vita dovrebbe essere lasciati lì per proseguire con gli scampati verso la Sicilia, Catania forse, ma anche Pozzallo o Augusta. Questa mattina si vedrà.
GLI SCAMPATI
Sono ore tremende perché c’è da pensare anche ai vivi, e non solo ai vivi scampati alla strage. Si fanno e si rifanno i conti. Secondo Flavio Di Giacomo, dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni, sono già milleseicento i morti in mare dall’inizio dell 2015 su 23.550 arrivi stimati dal Viminale, e la bella stagione non è ancora al suo culmine. Nel 2014, che pure ha fatto contare 219mila arrivati, i morti furono 3.500 nell’arco di tutti i dodici mesi, estate compresa. Sono le cifre di una guerra, non dell’irresistibile rincorsa verso una vita migliore. Nelle procure siciliane si sta lavorando senza sosta nella caccia ai trafficanti di uomini. Siono 44 gli scafisti arrestati dall’inizio dell’anno e altre importanti operazioni stanno per concludersi. Sono sempre più chiari i meccanismi e i personaggi che dominano la scena dall’altra parte del mare,fino ai livelli più alti di questa specie di gerarchia mafiosa. Si è mossa anche Catania: il procuratore Gianni Salvi ha aperto subito dopo la strage un nuovo fascicolo per naufragio, omicidio colposo plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un altro capitolo di questa tragedia che sembra senza fine.

Il Messaggero