Senato, oggi primo sì Cambia il quorum per l’elezione del Capo dello Stato

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ROMA Oggi pomeriggio il ddl sulle riforme approda in aula al Senato. La commissione Affari costituzionali stamattina esprimerà il voto finale sugli ultimi articoli tra cui quello sul nuovo Senato che non sarà più eletto dai cittadini ma dai Consigli regionali che li sceglieranno con criteri proporzionali tra i propri membri e i sindaci dei capoluoghi dei rispettivi territori. Un giorno in più alla discussione in commissione, su proposta della stessa presidente Anna Finocchiaro, è stato deliberato dalla conferenza dei capigruppo che però ha respinto la richiesta delle opposizioni di far slittare di una settimana la discussione in aula. Quindi, tempi quasi integralmente rispettati per poter avere i primi sì di palazzo Madama già mercoledì prossimo, in concomitanza con la riunione del Consiglio europeo a cui Matteo Renzi potrà presentarsi come il leader di un Paese sulla strada del cambiamento. E i cambiamenti non riguarderanno solo il Senato e il nuovo Titolo V della Costituzione. E’ stata infatti approvata anche la modifica del sistema di elezione del capo dello Stato spostando dal quarto al nono scrutinio l’elezione del Presidente a maggioranza assoluta, prevedendo per i primi otto quella dei due terzi e dei tre quinti. L’intento evidente è quello di favorire intese più larghe per la scelta dell’inquilino del Quirinale, alla quale parteciperanno i 630 deputati e i cento nuovi senatori ma non ci saranno più i delegati delle Regioni.
Novità anche per i referendum abrogativi: le firme per la convocazione passano dalle attuali 500 mila a 800 mila ma, di contro, si abbassa il quorum per la validità della consultazione, dalla metà più uno degli aventi diritto alla metà degli elettori dell’ultima consultazione per la Camera dei deputati. La nuova norma è stata accolta da più di una protesta di associazioni e circoli referendari, tra cui quella della segretaria di Radicali italiani, Rita Bernardini, che parla di atto «contro la democrazia», tutt’altro che compensato dal «contentino» dell’abbassamento del quorum, quando «il vero problema nella raccolta delle firme è quello di reperire gli autenticatori». Scatenati anche gli M5S e, in particolare, Beppe Grillo che inoltre, di fronte alla tenuta dell’asse maggioranza-FI sulle riforme, afferma che «il patto del Nazareno è un salvacondotto per il culo del noto pregiudicato Berlusconi che, per non finire in galera e poter sperare nella grazia, garantisce in cambio il suo appoggio al governo».
SACCHE DI RESISTENZA
Il consenso alla riforma a palazzo Madama sembra comunque essere scontato, nonostante i residui tentativi di resistenza ancora presenti nel Pd e in FI. Tra i dem, dopo la decisione di una dozzina di dissidenti di astenersi dal voto sulla modifica del calendario dei lavori, le attese sembrano spostarsi al passaggio della legge alla Camera, dove Pier Luigi Bersani promette di «dargli un’aggiustatina». Più complicata la situazione tra gli azzurri, dove la sacca di resistenza guidata da Minzolini e dagli amici di Fitto, appare tutt’altro che eliminata: un problema per lo stesso Berlusconi apparso indeciso sul da farsi, tanto da lasciare che si accavallassero per tutta la giornata annunci di convocazione dei gruppi parlamentari alla sua presenza senza che poi si decidesse nulla di concreto.

IL MESSAGGERO