SEEDORF E BALO  SI METTE MALE Berlusconi, ma Clarence sarà adatto per il Milan?

Seedorf Balotelli

Ma Clarence Seedorf è un allenatore? Detto senza ironia e senza cattiveria. La domanda significa: è in questo ruolo che può esprimere al meglio le sue indiscusse qualità umane e professionali? Pensate a Michel Platini, un altro che non difettava di autostima. Smise di giocare nell’88 e cinque minuti dopo era già allenatore. Come Seedorf. Platini partì addirittura dalla nazionale francese. Fallì le qualificazioni a Italia ’90. A Euro ’92 non vinse una partita. Quello stesso anno venne nominato co-presidente del comitato per Francia ‘98 e cominciò una luminosa carriera da dirigente.

Come Platini? Non meno di Michel, Seedorf ha carisma, ambizione, facilità di relazioni, talento diplomatico, riconoscibilità internazionale. Il mestiere di allenatore non richiede tante virtù, ma ne pretende altre, magari minori, ma necessarie: passione, umiltà di servizio, disponibilità al sacrificio quotidiano dell’istruzione. Platini confessava: «Da allenatore non capivo come i miei giocatori non riuscissero a fare cose che a me riuscivano naturali». Pippo Inzaghi, che aveva molto meno talento di Platini, si allenava come un matto per fare certe cose e oggi, da allenatore, può insegnare come si fa a impararle. Sacchi invece spiegava: «Tanti insegnano le cose di Prandelli. Ma in allenamento, Cesare insegna quel movimento nel punto giusto del campo e al momento giusto. Un centimetro o un secondo fanno differenza». Ce l’ha Seedorf la passione per cercare quel centimetro, quel secondo? Non basta teorizzare il 4-2-3-1, bisogna annaffiarlo ogni giorno, movimento per movimento, come fa il maestro Benitez con i suoi fogliettini. E così, dopo poche settimane, Callejon e Mertens danzavano già attorno a Higuain, sincronizzati come un carillon . Dicono: Seedorf è presuntuoso, pieno di sé. Forse Mourinho è simpatico? Però i giocatori per Mou si butterebbero nel fuoco. I giocatori del Milan, oggi? Non è ancora scattata l’empatia. Anche perché certe disparità di trattamento (Balotelli) non sono state gradite e a Madrid si sono intraviste crepe di spogliatoio; perplessità pure sulle riunioni tattiche per reparti, sulla presenza costante dello psicologo accanto al mister che fa sentire l’interlocutore in analisi, sulle attenzioni quasi esclusive ai titolari, sugli allenamenti soltanto con la palla che lasciano la squadra in riserva. Il saggio Tassotti consiglia molto meno di prima. A Milanello parla quasi solo Clarence, che appare ai suoi giocatori, come appare a molti: qualche metro al di sopra di tutto. Col tempo forse scatterà l’empatia. E con il tempo Seedorf imparerà a trasmettere messaggi più opportuni alla squadra. Nonostante sia assistito da un apparato personale di comunicatori degno della Casa Bianca, è stato un grave errore parlare di questi sei mesi come preparazione al Milan «vero». La stagione in corso ha perso subito appeal . Infatti anche ieri, per riparare, Galliani ha tuonato: «Battiamo il Parma! Voglio l’Europa!». Uno spogliatoio è un organismo estremamente sensibile. Quello rossonero ha scaricato Allegri non appena è stato delegittimato ed è apparso senza futuro. Con il tempo Seedorf imparerà tutte queste cose. Bocciarlo ora, dopo 11 partite, sarebbe assurdo. Perché il mestiere dell’allenatore ha bisogno della lenta educazione del tempo. Lo stesso Simeone ha dovuto viaggiare tra Argentina, Sicilia e Spagna per raccogliere le conoscenze con cui ha forgiato il suo ottimo Atletico Madrid. Con il tempo magari Clarence toglierà la mani dal cappotto e si scomporrà davanti alla panchina come un Mazzarri, trasfigurato dalla passione.

Come Leo? Ma intanto, in questi mesi, Seedorf (e il Milan con lui) dovrà capire se è questo il mestiere che vuole, se è disposto a scendere dalla panchina rialzata per cercare con umiltà l’empatia con la squadra, per lavorare con passione, ogni giorno, alla ricerca del centimetro e del secondo migliori. Oppure si dedicherà alla rifondazione del Milan in giacca e cravatta, con il suo sorriso diplomatico, il suo sapere poliglotta, la sua arte di mediazione e rappresentanza. Come Leonardo, tornato dirigente dopo l’avventura in panchina. Ruolo cui sembra più tagliato Clarence, per costituzione. Vedremo. Per ora è già chiara una cosa. Anzi due. Prima: non è solo colpa di Seedorf questo Milan allo sbando. Secondo: non lo era neppure di Allegri. Anzi, più il Milan gioca (lo stesso Milan), più il terzo posto del campionato scorso prende i contorni del capolavoro.