Secessione in Scozia lotta all’ultimo voto Nel sondaggio finale il “no” è al 54%

Referendum on Scottish independence

Alla fine la ragione sembra aver prevalso sul sentimento. Al termine di una campagna arroventata, gli scozzesi avrebbero deciso di non cedere alle sirene dell’indipendenza e di restare nel Regno Unito. Stando ai primi dati post voto resi noti da YouGov – lo stesso sondaggista che aveva indicato il sorpasso del “sì” due settimane fa – solo il 46% degli elettori scozzesi avrebbe votato per la secessione, contro il 54% saldamente a favore dell’unione. Ma quello che si sveglia oggi è un paese diverso, anche se questo cambiamento non dovesse prendere la forma di un divorzio dal Regno Unito. Con un’affluenza elettorale altissima, superiore all’80%, e le promesse da parte del governo e dei principali partiti politici di Londra di una maggiore devoluzione di poteri, la Scozia emerge come un paese più forte e sicuro di sé, che ora deve lavorare per risanare subito le eventuali spaccature create durante questi mesi di campagna.
NELLA CATTEDRALE

La Chiesa scozzese ha chiesto di sostituire già da oggi i vecchi manifesti dei due fronti con un nuovo slogan, “One Scotland”, una Scozia, e ha annunciato di aspettare almeno mille persone alla messa di riconciliazione alla cattedrale di St Giles di Edimburgo di domenica mattina, dove gli esponenti di spicco di Better Together, “Meglio Insieme”, e del fronte del “sì” non solo saranno presenti, ma leggeranno. Anche i leader religiosi musulmani hanno fatto altrettanto, invitando a vivere con spirito costruttivo il risultato di oggi. I risultati definitivi arriveranno solo questa mattina alle 7, ma i primi dati hanno già fatto tirare un sospiro di sollievo ai politici, a partire dal primo ministro conservatore David Cameron che ha seriamente rischiato di passare alla storia come l’uomo che ha lasciato scivolare via la Scozia, seguito dal leader laburista Ed Miliband, che senza il popolo delle highlands avrebbe perso uno dei suoi bacini elettorali più importanti e che solo pochi giorni fa è stato costretto a lasciare precipitosamente un centro commerciale durante un incontro con degli elettori che lo hanno attaccato. E poi i mercati, che però già ieri si mostravano calmi, con i titoli dei pilastri del sistema finanziario scozzese positivi in chiusura: Lloyds Banking Group ha guadagnato l’1,35%, Royal Bank of Scotland lo 0,6% e Standard Life l’1,5%, mentre Aberdeen Asset Management, il cui amministratore delegato Martin Gilbert ha dichiarato che l’indipendenza non sarebbe necessariamente un disastro economico, è avanzato dell’1,85%. Anche il mercato valutario è parso fiducioso in una vittoria del “no”, e ieri la sterlina ha raggiunto il livello massimo delle ultime due settimane a quota 1,6460 dopo il sondaggio di YouGov.
IL PREMIER CONTESTATTO

La giornata referendaria, nel complesso, si è svolta senza disordini particolari nonostante un clima acceso e un dibattito rimasto estremamente vivace fino all’ultimo momento. La posizione di Cameron, comunque vada, rimane difficile: alcuni membri del suo partito, che in Scozia ha una presenza irrisoria, si sono ribellati davanti alle promesse di dare ad Edimburgo maggiore autonomia e un trattamento privilegiato per convincere gli scozzesi a votare “no” al referendum. Il ministro delle Ferrovie, Claire Perry, ha criticato apertamente «la valanga di benefici in offerta speciale per la Scozia pagati da noi al sud del confine in modo da sedare i sostenitori del “sì”». Il riferimento è alla salvaguardia della cosiddetta “formula Barnett” che assegna agli scozzesi una spesa pubblica pro-capite più alta rispetto a quella per gallesi e inglesi.
La Scozia cambierà e, come detto dalla vera anima di questa campagna, l’inossidabile “First minister” e leader del Partito nazionale scozzese Alex Salmond, il 99% degli scozzesi saranno «perfettamente felici» del risultato, qualunque esso sia. «Questa campagna è fantastica, è una campagna della gente, è il sogno di tutti», ha spiegato con l’energia di sempre: «Siamo molto felici per il modo in cui le cose stanno andando, ma è tutto nelle mani della gente, e non c’è posto migliore al mondo».

Il Messaggero