Scuola, quote di stranieri per ogni classe

04.09.2006 - Stabio: riapertura scuole

Sono circa 850 mila i bambini stranieri che popolano le scuole italiane. Più di 400 gli istituti con una percentuale di alunni di recente immigrazione che si aggira sul 50%. E le città del Paese in cui i tassi sembrano destinati ad aumentare, non si contano più solo sulle dita di una mano. A Torino, Milano, Roma e Prato se ne aggiungeranno probabilmente altre, di città. Persino capoluoghi di provincia. E ai piccoli e grandi studenti, che riempiono le aule e i laboratori delle scuole, che arrivano in Italia e che hanno bisogno, come gli altri, di costruirsi un bagaglio culturale, lo Stato deve poter garantire il diritto allo studio senza affrontare la loro presenza in una logica emergenziale.
IL PIANO

Il governo, che sta marciando per licenziare il decreto sulla Buona Scuola – probabilmente dopo il Consiglio dei ministri del 20 febbraio –, è al lavoro per ultimare un capitolo extra della riforma. «Un tredicesimo punto», come lo chiama il sottosegretario all’Istruzione, Davide Faraone, assente dalla bozza di riforma presentata lo scorso settembre ma i cui contenuti, come l’integrazione degli stranieri, la didattica interdisciplinare e multiculturale, «non sono mai stati sottovalutati dall’esecutivo e soprattutto dal ministero dell’Istruzione», spiega il braccio destro della responsabile del Miur, Stefania Giannini. «Bisogna garantire agli studenti stranieri la possibilità di essere inseriti in classe in qualsiasi momento dell’anno – aggiunge il sottosegretario – perché non possono ripetersi episodi di bambini che devono aspettare mesi per trovare un’aula che li accolga». L’aspetto fondamentale, comunque, non si riduce a recuperare un banco; punta, piuttosto, a sconfiggere quella ghettizzazione compiuta silenziosamente negli anni. «Classi composte interamente da bambini cinesi e classi con soli ragazzi italiani come accade da anni a Prato – prosegue Faraone – rappresentano delle patologie che dobbiamo assolutamente modificare». L’obiettivo è ambizioso: far crescere tutti i ragazzi in una cultura meno provinciale.
I DOCENTI

In prima battuta, per non fare dell’integrazione una parola scevra di contenuto, si dovrà metter mano al capitolo docenti. Nell’organico funzionale sarà, infatti, prevista una quota d’insegnanti, in possesso di certificazioni che attestino la competenza per l’insegnamento dell’italiano a studenti stranieri, impegnati a colmare i gap linguistici dei bambini e dei ragazzi appena arrivati in Italia. Una quota di maestri e professori delle scuole superiori di primo e secondo grado, ancora da individuare sulla base del famoso pacchetto assunzioni precari, si occuperà, dunque, della prima familiarizzazione con l’italiano dei bambini stranieri anche attraverso dei laboratori in rete ed estivi. E per questo, arriveranno anche i fondi. Il pacchetto sulla Buona Scuola prevede una quota fissa, presumibilmente del 10%, da riservare alla formazione del personale in contesti multiculturali e di complessità sociale, sia per i docenti appena assunti che per quelli in servizio da anni.
LE CLASSI MISTE

Il secondo aspetto riguarda il principio dell’equieterogeneità: niente più classi ghetto o aule separate, ma un’integrazione tra culture, riservando dei posti per gli studenti stranieri in ogni classe. In un’aula con 28/30 studenti, per fare un esempio, tra i 4 e i 6 posti potrebbero essere “bloccati” ogni anno, agevolando in questo modo l’iscrizione per studenti non italiani. La quota precisa però è ancora allo studio, verrà indicata quando sarà ultimato il censimento delle città con il più alto tasso di studenti stranieri.
Sul versante della didattica, infine, il sottosegretario Faraone non esclude la possibilità di creare percorsi di plurilinguismo: «Sperimentando, ad esempio, l’insegnamento delle lingue non comunitarie come il cinese, l’arabo e il russo, cosa per altro prevista già da alcuni istituti». Si dovrebbe, inoltre, prevedere che gli alunni di madrelingua straniera possano evitare di aggiungere una quarta lingua, «in particolare alla scuola media – conclude il sottosegretario – dove è richiesto lo studio di una seconda lingua straniera. Per questi alunni l’italiana è già una seconda lingua straniera, oltre l’inglese». Il tredicesimo capitolo con buone probabilità sarà suddiviso in due parti. La prima, quella relativa agli insegnanti, alla loro preparazione e ai fondi per gli aggiornamenti, confluirà nel decreto di riforma. L’aspetto riguardante la didattica, invece, come una restante parte del piano Buona Scuola, sarà licenziato dopo il 20 febbraio attraverso una legge delega.

Il Messaggero