Scozia, vince il No e la sterlina vola Appello della Regina «Andiamo avanti»

Referendum on Scottish independence

LONDRA Il regno resta unito, saldamente unito. Dopo due settimane di suspence, di sondaggi oscillanti e di campagna referendaria molto aggressiva da entrambe le parti, il margine con cui ha vinto il fronte del «no» all’indipendenza della Scozia è stato superiore alle attese, 55,3% contro 44,7%, ed è stato legittimato da un’affluenza senza precedenti, pari all’84,6%. Il verdetto finale è arrivato alle 6 del mattino, ma era già chiaro in serata che gli indipendentisti non ce l’avrebbero fatta, se non in alcuni posti come la città più grande, Glasgow, dove il sì ha ottenuto il 53%, il West Dunbartonshire con il 54%, Dundee con il 57% e il North Lanarkshire con il 51%.

I MERCATI
Il sollievo è stato palpabile sui mercati (la sterlina volata al massimo sull’euro), tra i politici di ogni paese – con la sola eccezione della Russia che ha avuto da ridire sulla legittimità del voto – e soprattutto a Downing Street, da dove il primo ministro David Cameron è uscito con un volto rasserenato sotto il sole settembrino per pronunciare il suo discorso. «Il popolo scozzese ha parlato e il risultato è chiaro», ha dichiarato, parlando di una «questione risolta per una generazione». Niente «cuore spezzato» per il primo ministro, quindi, mentre l’uomo che negli ultimi due anni ha lottato come un leone per emancipare Edimburgo da Londra, il “First Minister” Alex Salmond, ha «accettato il verdetto» delle urne, ma ha annunciato la sua intenzione di dimettersi da quello che «è stato il privilegio della mia vita», ossia il suo ruolo di First minister della Scozia, nonostante avesse detto che non lo avrebbe fatto in caso di sconfitta. «Per me come leader il tempo è quasi scaduto, mentre per la Scozia la campagna continua e il sogno non morirà mai», ha dichiarato con una vena amara nel corso di una conferenza stampa in cui ha ringraziato l’1,6 milioni di elettori che hanno sostenuto la sua causa. Oltre al suo ruolo di capo del governo scozzese, Salmond ha deciso di lasciare anche la leadership dello Scottish National Party, che ha guidato per un totale di 20 anni.
La sua vice, Nicola Sturgeon, si è distinta durante la campagna per vigore e chiarezza e sembra essere la favorita per la successione. Per ora non si è voluta sbilanciare sulle sue intenzioni, ma ha voluto rendere omaggio a Salmond per aver «guidato l’Snp al governo e aver dato al nostro paese una rinnovata fiducia in se stesso». Ma se il cambio della guardia avverrà solo a novembre, nell’immediato resta da capire come gestire il patrimonio politico di queste elezioni – quella rinnovata autostima scozzese di cui ha parlato la Sturgeon – e come far sì che le promesse piovute da Londra negli ultimi giorni non vadano perdute.

IL DISCORSO
Nel suo discorso Cameron ha messo in chiaro che le riforme costituzionali non saranno messe in pratica prima delle elezioni di maggio 2015 e che l’iter delle misure per la Scozia andrà di pari passo con quelle per l’Inghilterra. «Abbiamo ascoltato la voce della Scozia e ora occorre dare ascolto a milioni di voci inglesi», ha dichiarato il primo ministro, dopo che nei giorni passati era finito sotto attacco da parte di alcuni membri del suo partito secondo cui le promesse di devoluzione alla Scozia erano eccessive. Il nodo principale riguarda il fatto che mentre i deputati scozzesi a Westminster possono votare sulle questioni riguardanti l’Inghilterra, il contrario non avviene poiché la Scozia ha un suo parlamento. Temi dai quali appare che una certa frattura c’è stata e che ci vorrà del tempo per ripararla, come sottolineato dalla regina Elisabetta in un comunicato. «In Scozia e altrove ci saranno sentimenti forti ed emozioni contrastanti», come è normale in una «robusta tradizione democratica», ha osservato, auspicando che queste emozioni vengano «attutite da una comprensione dei sentimenti degli altri» e dal «duraturo amore per la Scozia, una delle cose che ci tiene uniti».

IL MESSAGGERO