Scontro sul taglio agli stipendi Moretti: se è così lascio le Ferrovie

Mauro-Moretti

ROMA «Lo Stato può fare quello che desidera, ma buona parte di manager andrà via: questo si deve mettere in conto». In tempo di spending review il governo marcia veloce verso una riduzione degli stipendi dei dirigenti delle grandi partecipate pubbliche. Un’operazione che potrebbe far risparmiare 500 milioni di euro secondo il premier Matteo Renzi. Ma Mauro Moretti spedisce un messaggio a Palazzo Chigi: se lo fate, i migliori se ne andranno. A cominciare da lui visto che con un taglio della retribuzione «non c’è dubbio» che l’ad che dal 2006 guida Ferrovie dello Stato sarebbe tentato dal desiderio di cercarsi un altro lavoro. Magari all’estero. Dunque il progetto di Renzi, che intende ridurre ben sotto i 300 mila euro i compensi dei grand commis di Stato, incontra il primo stop. E almeno la sortita di Moretti, condivisa in silenzio da molti colleghi che siedono nei cda delle aziende pubbliche, ha il pregio di essere esplicita. Una rivendicazione aperta quanto inutile. A stretto giro ieri Renzi ha risposto tagliando corto e spiegando da Bruxelles che «ci sono tante sacche di spreco nella Pa ed io non intendo rinunciare a questa battaglia. Confermo l’intervento sugli stipendi dei dirigenti pubblici e sono convinto che quando Moretti vedrà la ratio sarà d’accordo con me. Affronteremo con saggezza e intelligenza la questione». Una replica perentoria che ha spinto il manager riminese («Di Renzi mi fido» ha detto in serata) ad una rapida retromarcia.
LE POLEMICHE
In mattinata però, prima del botta e risposta, Moretti aveva articolato il suo pensiero in maniera chiara spiegando che i suoi 850 mila euro l’anno valgono tre volte e mezzo in meno rispetto ad un collega tedesco. «Siamo delle imprese che stanno sul mercato – si era sfogato – ed è evidente che sul mercato bisogna anche avere la possibilità di retribuire per poter far sì che i manager bravi rimangano ad operare là dove ci sono imprese complicate e dove c’è del rischio da dover prendere». Insomma, anche se si tratta di aziende di Stato, i trattamenti devono essere all’altezza in quanto, ha sottolineato ancora Moretti, «senza stipendi adeguati, in imprese come la nostra che fatturano 10 miliardi di dollari all’anno e sono fra le più grandi e complesse in Italia, i più bravi difficilmente ci vanno». Un ragionamento chiuso da una puntura di spillo verso la classe politica. «Chi fa il ministro sa che deve rinunciare agli stipendi perché va a fare un’operazione politica, questa è una sua scelta personale», aveva puntualizzato il numero uno di Ferrovie.
Il quale è stato bersagliato, per tutta la giornata, proprio dal fronte politico. Critiche da Sel, Idv, Fratelli d’Italia ma anche da ampi settori del Pd («Se Moretti pensa che 850 mila euro di stipendio siano pochi vada pure. In un momento così delicato per il nostro Paese, abbiamo bisogno di una classe dirigente che sia pronta a rimboccarsi le maniche» lo ha attaccato l’eurodeputato Guido Milana della commissione Trasporti). Dalla Lega il segretario Matteo Salvini ha invocato le dimissioni del manager. Difeso invece da Gian Maria Gros Pietro. «Se si vuol fare una squadra di calcio vincente non si può lesinare sui compensi» ha spiegato il presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo. «In un Paese che soffre come l’Italia credo sia opportuno avere una moderazione salariale per i top manager» ha riconosciuto Gros Pietro aggiungendo però che «per le figure di manager executive che costruiscono le occasioni di profitto per le imprese potrebbe essere autolesionistico correre il rischio di perdere i migliori». Ironico, sul fronte sindacale, il giudizio di Luigi Angeletti. «Non credo a una fuga di manager, guadagnano molto» ha chiosato il leader della Uil.

                                                                                                                                  IL MESSAGGERO