Scontro sul lavoro ma Bersani apre «Leali alla ditta nel voto finale»

Bersani: dialogo sociale,ma il partito si divide

Su lavoro e Jobs act è sempre polemica. A fronte di un ammorbidimento – espresso soprattutto da Bersani – delle posizioni della minoranza dem dopo lo scontro nella Direzione pd di lunedì scorso, è aumentata la diffidenza del Nuovo centrodestra e di FI che paventano una ”marcia indietro“ di Renzi dopo la contestazione dei suoi oppositori interni. Nel fiorente giardino delle polemiche sui temi del lavoro sboccia, per ultima, la controversia sull’ipotesi del Tfr in busta paga, contro la quale fanno fronte comune sindacati e imprenditori, ai quali si aggiunge la perplessità, se non l’ostilità, di buona parte delle forze politiche.
IL VIA AL SENATO
Intanto, la discussione sul Jobs act ha preso il via nell’aula del Senato con l’obiettivo caldeggiato dal governo di ottenere un primo sì intorno all’8 ottobre. In un contesto come quello di palazzo Madama in cui la partita si gioca sul filo di un pugno di voti, una decisa rassicurazione viene da Pier Luigi Bersani, che ha garantito «la lealtà verso il partito e verso il governo» della sua componente. Premesso di «sapere cosa è la ditta, senza bisogno di farmela spiegare dai neofiti», l’ex segretario dice di attendere «l’emendamento del governo al Jobs act» che recepisca la sostanza del documento della Direzione dem. In effetti, nell’esecutivo si sta valutando un emendamento che riguardi soprattutto l’articolo 18, come richiesto dalla minoranza dem, anche se non viene scartata, in caso di un’impasse sul Jobs act, la scelta molto più controversa di un decreto per varare la riforma. Un emendamento del governo, d’altra parte, viene guardato con sospetto dagli alleati del Ncd e da FI che aveva aperto al testo della legge così come uscito dalla commissione del Senato. «Ncd – ha detto il ministro Lupi – non arretrerà sull’art.18 e sulla riforma del lavoro. Le mediazioni al ribasso hanno sempre peggiorato le cose». Anche Maurizio Sacconi, relatore della legge e presidente della commissione Lavoro del Senato, mette in guardia da «passi indietro» e chiede «interpretazioni certe» delle norme che riguardano i licenziamenti e l’applicabilità della reintegra dei lavoratori. Decisamente più pessimista il forzista Renato Brunetta che parla di «un contrordine compagni di Renzi. La Cgil ha vinto ancora una volta. Tutto come prima, anzi peggio di prima».
Quanto alla nuova querelle sul trattamento di fine rapporto da anticipare in busta paga, decisamente contrari FI e Grillo e anche Bersani invita alla cautela: «Bisognerà parlarne con i lavoratori, perché i soldi del Tfr sono dei lavoratori e non del governo». Ma la maggiore avversione a questa ipotesi ventilata dall’esecutivo si riscontra tra i sindacati e gli imprenditori. Sia Susanna Camusso che la segretaria designata della Cisl Anna Maria Furlan, a cui si aggiunge il leader Uil Angeletti, affermano che la misura si risolverebbe in un aumento della tassazione a carico dei lavoratori, «essendo il Tfr meno tassato di quanto lo sarebbe se venisse percepito in busta paga». Lo stesso progetto appare «improponibile» ad un vasto fronte di categorie imprenditoriali. Confcommercio, Api, Cna e Confartigianato fanno rilevare che, «in un periodo di forte carenza di credito per le aziende, l’anticipazione del Tfr rappresenterebbe un costo insostenibile». Costo che la Cgia di Mestre quantifica in un importo annuo per le piccole imprese da 3 a 30 mila euro.

Il Messaggero