Sciopero selvaggio a Roma L’ira dei passeggeri bloccati

sciopero_bus

ROMA Stavolta, non c’è più l’indignazione muta e sorda o il fatalismo tipico dei romani che ne hanno viste tante e superate tutte. Lo sciopero degli autisti Atac della metro con in più la beffa di farlo cominciare quindici minuti prima del previsto, lasciando a piedi quelli che speravano di acchiappare l’ultimo vagone, produce un salto di qualità nei sentimenti dei cittadini: e lo sdegno diventa protesta popolare. Doveva accadere prima o poi – ora è successo! – che l’arroganza del pansindacalismo allergico ai diritti degli altri producesse una reazione. Ieri alcune persone, alla fermata Re di Roma, davanti al convoglio scioperato in anticipo e senza avvertire nessuno, sono andate a prendere il conducente asserragliato nella sua cabina a braccia incrociate, gli hanno gridato minacciosamente «esci fuori!» e «la dovete smettere di trattarci come bestie!» e quello se n’è restato chiuso nel suo abitacolo mentre i protestanti vengono raggiunti da un grido d’incoraggiamento da parte di una signora di mezz’età: «Menategli!». Scene così anche altrove.
«NOI SVEGLI, VOI A NANNA»
A Cinecittà, il conducente che abbandona la corsa perché è ora di mettersi in sciopero (in nome del fatto che gli unici diritti che contano sono i propri e la cittadinanza s’attacca al tram, quando passa, e ha il dovere di sopportare in silenzio) prima spegne le luci del convoglio e l’areazione, poi, racconta chi ha intravisto la scena, si dà a gambe correndo lungo i binari. E ancora. Occupata la stazione di Anagnina. Occupata Cinecittà: «O ci fate ripartire o ci sdraiamo sui binari per sempre!». Occupato Arco di Travertino e Ponte Lungo. A Barberini, è rivolta con grida dei pendolari fermi a metà del tragitto (in caso di sciopero non si è sempre usato recapitare a destinazione chi è già a bordo e soltanto dopo incrociare le braccia?): «Noi svegli dall’alba e voi ancora a nanna». E il bersaglio di queste invettive è chiunque indossi una divisa riconducibile all’Atac.
«EVACUATE I TRENI»
Appena nei vagoni l’altoparlante reca il messaggio di stop («Evacuate i treni, comincia lo sciopero»), la risposta di alcuni è educata («Ma la protesta non doveva iniziare alle 8,30? Mancano ancora dieci minuti»), quella di altri è dolente («Magari potessi scioperare anch’io, ma sono precario…»), quella di altri ancora è carica d’ira: «Licenziateli tutti!». C’è modo e modo di fare lo sciopero e quello di queste ore, annunciato eppure selvaggio, ha scatenato il caos in città. Neppure i motorini – qualcuno con a bordo tre persone come a Scampia: e il terzo è il figlio o il papà che ha perso l’ultima metro che s’è ritirata prima del previsto – in certe zone riuscivano a muoversi nella giungla d’asfalto. Alla stazione, della linea A, di San Pietro-Musei Vaticani, i turisti non pregano e sacramentano: «I can’t belive it». Non riescono a credere che non solo ci sia lo sciopero, quello però può capitare anche altrove, ma che sia anche impossibile leggere suo cartelloni luminosi agli ingressi fino a quando la serrata va avanti: «Finisce domani? Finisce stasera? When, when, whennnn!!!!». La polvere, le lucine mezze rotte, le pecette che coprono le scritte informative che non informano rendono tutto surreale e sconfortante. Se si fossero messe tutti insieme, ieri, le vittime del pansindacalismo avrebbero potuto inscenare nella Roma senza metro una Marcia dei Quarantamila infinitamente più affollata e assolutamente interclassista.
TURISTI INCREDULI
La parola sciopero, così degradata dagli scioperanti, diventa una parolaccia sulla bocca dei cosiddetti utenti. Caterina, 28 anni, bloccata nella stazione Cipro, racconta: «Va bene che la metro è sporca, va bene che è sempre piena e sei costretta ad odorare l’ascella sudata della sardina che sta in piedi accanto a te, ma almeno prima bene o male passava. Ora neanche più questo». A Piazzale Flaminio, un vecchietto prende a calci la recinzione arancione, ma quella è elastica e i calci che dà gli tornano indietro e lui: «Porca… porca… porca….», dice agli autisti scioperati e a tutto il resto dell’immobile mobilità romana. E intanto non si capisce perché la metropolitana può essere altrove anche un luogo poetico (su quella di Milano ha appena scritto un bel racconto Stefano Bartezzaghi) e un plurisecolare strumento di civiltà (la tube di Londra, la rete sotterranea di Parigi e «L’ultimo metrò» di Francois Truffaut l’ha eternata) e qui invece non riceve lo stesso trattamento. Per colpa del menefreghismo corporativo e pansindacale. C’è chi giura, a Battistini, mentre nulla si muove, di aver visto un topo sfrecciare sulla banchina del convoglio che non c’è. E qui vengono alla mente le rime di Toti Scialoja, grande pittore e anche poeta: «Topo, senza scopo, / dopo te cosa vien dopo?». Probabilmente, un altro sciopero.

IL MESSAGGERO