Schumi si risveglia

SCHUMACHER

Le parole di Sabine Kehm sono rimbalzate come una pallina da ping pong da un’agenzia a un telegiornale, da un sito web a un social network. A quasi 100 giorni dal trauma cranico buone notizie. A tratti Schumi apre gli occhi e sente le persone che lo circondano: «Ci sono dei progressi nella fase di risveglio. Michael migliora nel suo percorso. Mostra momenti di coscienza e di veglia – si legge nel comunicato – Siamo al suo fianco durante questa battaglia lunga e difficile con l’equipe dell’ospedale di Grenoble e continuiamo a rimanere fiduciosi». Ha invece smentito che il tedesco sia vicino al trasferimento in un’altra struttura e che la moglie Corinna stia allestendo una camera attrezzata nella villa di Gland in Svizzera. La Kehm rivela sempre meno della realtà, per prudenza e perché è sincera quando sostiene che il processo è impervio e insidioso. Proprio come la pista francese che il 29 dicembre scorso tradì il tedesco. Doveva essere una gita con gli amici, si è trasformata in un incubo. Il passaggio a velocità normale tra due piste, la spigolata contro un masso e l’urto con la testa su un’altra roccia infida e aguzza.

Il caschetto si rompe e il colpo alla testa è terrificante. Due voli in elicottero, prima a Moutiers, poi alla clinica specializzata di Grenoble dove viene subito operato per aspirare gli edemi al cervello. E’ in pericolo di vita. Due giorni dopo, il secondo intervento chirurgico per asportare l’ematoma più grande che preme sul lato sinistro del cervello e aumenta la pressione. Schumacher viene messo in coma farmacologico e ipotermia. Passa un mese e come da prassi i medici riducono i farmaci e iniziano la fase di risveglio. A febbraio, il campione combatte e vince contro la complicazione di una polmonite. Intanto la Procura di Albertville ha aperto e archiviato l’inchiesta: si è trattato di un fuoripista volontario, non ci sono colpevoli. Amici e presunti tali, ex medici ed ex piloti alimentano a turno false speranze, fosche previsioni e scetticismo, la Kehm replica sempre con un ferreo no comment e ribadisce che l’alba della battaglia è lontana. Ieri il «saltino» in avanti, novità accompagnate da un messaggio di ringraziamento: «Grazie a tutti per i moltissimi messaggi di affetto. Vi chiediamo di essere comprensivi se non divulghiamo troppi dettagli, è necessario per proteggere la privacy di Michael e della sua famiglia, ma anche per permettere all’equipe medica di lavorare in tranquillità». C’è da riflettere sulla costante partecipazione alla sorte di Schumacher.

Ha vinto 7 mondiali in F1 ed è entrato nel mito per la «manita» di titoli conquistati sulla Ferrari al buio da anni. Ma non è mai stato un pifferaio magico delle folle, un affabulatore e neppure ha dato materiale scandalistico buono a riempire pagine di giornali. Le ha riempite, certo, ma con il suo talento e con i suoi risultati. Evidentemente, nell’immaginario collettivo è il simbolo del «volere è potere», incarna la voglia di emergere contando solo sulle proprie forze e sulla passione per il lavoro, incarna il superamento dei limiti. Ecco perché a distanza di 4 mesi il coinvolgimento è sempre vivo, non è desiderio di spiare o curiosare nella vita di un volto famoso, è affetto genuino e Schumi se lo è guadagnato sul campo. Nel 2004, anno di grazia in Ferrari, vinse la prima edizione del GP del Bahrain sotto gli occhi di milioni e milioni di telespettatori (quelli che oggi cambiano canale), gioiosi tifosi del Cavallino e rivali incantati dalla sua determinazione. Ora è riuscito in un’altra magia: da invincibile a fragile umano tra gli umani, ha calamitato una solidarietà inattesa. Singolare per chi è stato etichettato come il capostipite dei piloti-robot.

IL TEMPO