Scajola, un tesoro da 50 milioni Rete di protezioni «istituzionali»

Scajola

Sono accusati di peculato, i poliziotti della scorta dell’ex ministro degli Interni Claudio Scajola. Su indicazione dell’ex leader incontrastato del Pdl ligure, che rischia la stessa imputazione, utilizzavano la macchina di servizio come se fosse un taxi. E, soprattutto, si sarebbero prestati ad attraversare il confine italiano spingendosi fino a Montecarlo, pur di andare a prendere Chiara Rizzo Matacena in tempo per il compleanno dell’ex ministro. Di quella missione all’estero, che teoricamente dovrebbe passare attraverso l’approvazione del gabinetto del capo della Polizia, al Viminale non c’è traccia. E proprio per questo l’accusa ha toccato anche i singoli membri del servizio di tutela.
LA RETE

Se gli agenti della scorta erano pronti ad accontentare Scajola in ogni suo desiderio (in passato alcuni di loro avrebbero ottenuto in cambio un posto al casinò di San Remo), la rete dell’ex ministro arrivava anche ad ambiti istituzionali. E sarebbe stata utilizzata per aiutare tanto Amedeo Matacena, quanto la consorte Chiara Rizzo. Una prova almeno parziale di queste accuse c’è nei dossier arrivati alla procura di Roma un anno fa dall’inchiesta sul porto di Imperia. Allora, nel corso di un sequestro, a casa di Scajola furono trovati atti relativi alla morte di Marco Biagi, informative sulle inchieste romane nei confronti di Silvio Berlusconi, e carte dei servizi segreti su alcune nomine in Liguria. Tre settimane fa, assistito dal suo avvocato Giorgio Perroni, l’ex ministro è stato interrogato dal pm Sergio Colaiocco. Quegli elementi sembrano ora collegabili all’indagine calabrese, e all’enorme mole di materiale che gli uomini della Dia hanno trovato a casa sua. 
IL TESORO

L’altro punto su cui si sta concentrando l’inchiesta calabrese coordinata dal procuratore Federico Cafiero De Raho riguarda il tesoro di Amedeo Matacena. Dal padre, ras dei traghetti Reggio Messina, l’imprenditore ha ereditato almeno 50 milioni di euro apparentemente spariti nel nulla. E che invece potrebbero essere oggetto di un più ampio progetto di riciclaggio che arriverebbe a toccare anche le ’ndrine a cui è collegato. A destare i sospetti degli investigatori sono in particolare le casse delle sue società, costantemente vuote, e i suoi redditi: nel 2009, l’imponibile Irpef era di 726 euro, nel 2008 era di 800 euro e negli anni precedenti e successivi non si va mai molto oltre. Pochi, anzi pochissimi, considerando l’enorme eredità di cui Amedeo Matacena dispone e lo strano giro di società, tutte impegnate nel settore navale della compravendita di imbarcazioni, chiuse e riaperte più volte. 
IL CONTO ALLA CAMERA

Ad aiutarlo a far sparire quei soldi per poi usarli nel momento della latitanza, avrebbe lavorato anche l’ex ministro di Interni e Sviluppo economico Claudio Scajola. Che avrebbe avuto la possibilità anche di intervenire sul conto corrente presso la Camera dei deputati, a cui hanno diritto tutti i parlamentari. Anche se all’esponente ligure non è stato contestato il reato di riciclaggio, gli investigatori intendono chiarire, come potesse occuparsi di «gestire» il conto di Amedeo Matacena alla Camera dei deputati, pur essendo quasi decaduto persino dal ruolo di deputato. «Claudio domanda – riporta il brogliaccio della polizia – se Amedeo ha un conto corrente presso la tesoreria della Camera, lei risponde di sì. Claudio dice che è perfetto in quanto risolveranno tutto in questo modo se lui ha una comunicazione alla Camera. Claudio dice di portargli qualcosa di documentazione che attesti questo che risolverà lui, lei risponde che gli darà tutto quello che trova venerdì». Proprio Chiara Rizzo risponde, oltre che di intestazione fittizia di beni, pure di riciclaggio. E i movimenti sui suoi conti fanno venire parecchi dubbi. Nel solo 2009, infatti, sebbene abbia un reddito imponibile di 1.357 euro movimenta circa 2 milioni: a luglio con un unico bonifico da 952mila euro e successivamente per 70 e 107 mila euro. 

Il Messaggero