«Sbloccare i controlli sulle liste d’imbarco»

ANGELINO ALFANO 1

Ministro Alfano, dopo Parigi, quanto è alto il rischio di un attentato in Italia?
«Non abbiamo segnali di minacce specifiche. Ma questo non vuole dire che l’allerta non rimanga altissima. Ieri ho inviato una circolare ai prefetti e ai questori di tutt’Italia, affinché si valutino i rischi e gli obiettivi sensibili non secondo “un catalogo” nazionale, ma secondo una verifica corrispondente il più possibile al territorio».
Oggi sarà in Francia con gli altri ministri europei, avanza l’ipotesi di un super coordinamento transnazionale: aiuterà nella lotta al terrorismo?
«Per noi è prevalente l’esigenza di uno scambio di informazioni sia sul piano tattico che strategico. Vogliamo replicare su scala europea la positiva esperienza del Comitato di analisi stategica antiterrorismo italiano dove siedono insieme l’intelligence e le eccellenze dell’antiterrorismo delle varie Forze di polizia».
Esistono altre misure da approvare con urgenza per rafforzare la sicurezza?
«Occorre che si comprenda pienamente come questa sfida può essere vinta solo rinsaldando la cooperazione internazionale in ogni sua forma, avviando una rinnovata politica di sicurezza europea che passi, innanzitutto, per la sollecita approvazione della direttiva sul Passenger Name Record, ossia il sistema di controllo delle liste di imbarco. Si tratta di dotarsi di uno strumento di tracciamento indispensabile per individuare i vari spostamenti sospetti. È evidente come la sua pronta disponibilità rappresenti un obiettivo irrinunciabile se si vorrà affrontare, in una cornice di regole condivise, il fenomeno dei foreign fighters, che anche nel corso del semestre a guida italiana è stato riconosciuto come la principale causa di rischio per l’intero territorio europeo».
La direttiva per l’approvazione di questo registro sembra trovare qualche ostacolo al Parlamento europeo.
«La proposta del Consiglio prevede un obbligo per le compagnie aeree di fornire ai governi tutti i dati relativi ai propri passeggeri. Durata della conservazione dei dati 5 anni. Si sta lavorando (governi e commissario Avramopoulos) per una proposta di compromesso che riduca la durata della conservazione dei dati sensibili, preveda l’obbligo per ogni Stato membro di istituire la figura di un garante, proprio per evitare gli abusi nell’utilizzo delle informazioni. Nella Capitale francese sono stati feriti valori dell’intera Europa. Fare fronte comune contro questa barbarie richiede una strategia lucida e lungimirante».
Nel suo intervento alla Camera, ha dichiarato che Cherif Kouachi, uno degli attentatori parigini, era già conosciuto dalle nostre forze polizia. Era indicato come una minaccia anche per il nostro paese?
«Era noto anche alle forze di polizia italiane in quanto implicato nelle filiere di estremisti islamici diretti in Iraq e più volte sottoposto, da parte delle autorità francesi, a misure restrittive. Tuttavia non è stato mai presente sul nostro territorio nazionale».
Quanto è possibile il rischio di emulazione in Italia?
«Purtroppo la strategia terroristica si fonda anche sui lone wolf, i lupi solitari che agiscono in proprio. Difficile prevedere le loro mosse, e solo la reazione durissima dei governi potrà fare da deterrente. L’ultimo esempio: gli attentatori di Parigi sono morti. Chi vuole emulare le loro azioni, deve sapere che è alta la possibilità di emulare la loro morte».
Che tipo di collaborazione esiste con i servizi di sicurezza americani?
«Da tempo condividiamo non solo gli aspetti informativi dei diversi fenomeni criminali di interesse comune, ma conduciamo iniziative congiunte sul piano operativo e investigativo. Per quanto concerne il terrorismo abbiamo un canale di comunicazione aperto 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. E partecipiamo a programmi congiunti anche con altri Paesi».
L’Italia è il principale approdo di immigrati dalle zone di guerra, verranno modificate le attuali misure di contrasto per bloccare l’eventuale presenza di terroristi infiltrati?
«Nessuno può escludere, ma al tempo stesso nessuno deve fare confusione. Nell’anno in cui è stato maggiore il flusso dei migranti, sono calati i reati del 7,7 per cento. Ciò nonostante il livello di attenzione è altissimo e abbiamo perfezionato un sistema di rilevazione delle impronte digitali, che ci fornisce informazioni che mettiamo in comune con le banche dati europee».
Esiste un rapporto di collaborazione con l’Islam moderato?
«Quel che, per noi, è più importante è la collaborazione con molti Paesi arabi o africani, i cui governi, anche se a livelli differenti, ci aiutano nel contrasto alla criminalità, compreso il terrorismo».
Dove avviene il reclutamento in Italia?
«Anche se in passato il rischio maggiore era nei luoghi di aggregazione, oggi è la rete sulla quale abbiamo attivato una collaborazione con i colossi del web. Inoltre, a una più efficace chiusura dei siti che veicolano messaggi violenti, sarà dedicata una delle norme del disegno di legge che mi accingo a portare in Consiglio dei ministri».
Secondo l’Antiterrorismo, solo a Roma esiste un centinaio di luoghi di culto non ufficiali, in questo caso che tipo di controllo è possibile?
«Le moschee sono quattro, i luoghi di culto sono numerosi in tutta Italia. Ma si tratta di luoghi conosciuti e sottoposti a controlli di polizia regolari e continui. I luoghi di culto, in particolare, non sono sottoposti a censimento per la libertà di culto, ma li conosciamo tutti».
L’intelligence francese è stata criticata per non aver valutato nella maniera giusta l’allarme lanciato dagli 007 algerini, pensa che in Italia potrebbe verificarsi un simile corto circuito?
«Stiamo spendendo le nostre migliori energie per un’azione di prevenzione e di intelligence, che sappia adeguarsi alla mutata connotazione della minaccia terroristica. Mi pare fin troppo ovvio che, a cadaveri ancora caldi, sia del tutto improprio attaccare i servizi francesi mentre devono sicuramente venire alla luce tanti dettagli sulla vicenda».
Quando verranno approvate le norme antiterrorismo? Non si sta perdendo troppo tempo?
«Le porterò al prossimo Consiglio dei ministri e non siamo di certo in ritardo, poiché abbiamo già potuto usare una serie di strumenti più avanzati rispetto agli altri Paesi europei usufruendo di una parte del nostro arsenale normativo di contrasto alla criminalità mafiosa».

Il Messaggero