Sangue a Parigi uccisi i killer e quattro ostaggi

Cherif e Said Kouchi

PARIGI Un blitz, due blitz. Due morti, cinque morti. Le esplosioni, il fuoco, gli elicotteri. Se questo vuol dire la guerra, allora è stato un giorno di guerra. Fra l’aeroporto di Roissy-Charles de Gaulle e la Porte de Vincennes, tra la Val d’Oise e il Ventesimo, cinquanta chilometri più giù, nella Parigi dei parchi più belli. Fra una piccola tipografia di paese, la Creation Tendence Decouverte, e un negozio di cibo kosher, frequentato, popolare, amatissimo dalla gente del quartiere.
IL PIANO DEI TERRORISTI
L’avevano studiata bene, i tre macellai della Jihad. I due fratelli Kouachi, i franco algerini della strage al Charlie Hebdo asserragliati negli uffici della Creation, armati fino ai denti, e il loro vecchio sodale, Ahmedy Coulibaly, poco più che trentenne come loro, a seminare sangue altrove. Prima a uccidere la vigilessa, giovedì mattina a Montrouge, e poi a portare il terrore nel negozio di Porte de Vincennes. Il terrore e la morte, perché solo irrompendo in quell’Hyper Casher avrebbe subito falciato quattro clienti.
I fratelli Kouachi a resistere a oltranza e Ahmedy a sostenerli, con cinque ostaggi apparentemente nelle sue mani – poi si sarebbero rivelati molti di più – e lui a minacciare e a ricattare: «Sapete bene chi sono io. Se solo toccate i miei amici, ammazzo tutti». Avrebbe voluto uccidere anche Noah, un bambinetto di sei mesi capitato con la madre in quel negozio, ma per fortuna non c’è riuscito.
FRANCIA SCONVOLTA
Alle otto della sera, sono tutti a tre su un selciato, i Kouachi e Coulibaly, abbattuti dai colpi dei reparti speciali, ma la Francia è sconvolta, costretta a piangere altri morti innocenti dopo i dodici martiri di Charlie Hebdo, martiri della libertà d’espressione. Un Paese devastato nel cuore prima ancora che nelle sue scuole evacuate, nelle strade interrotte, nell’angoscia di chi ha aspettato notizie a un semaforo, bloccato per ore.
Quando le teste di cuoio sono passate all’azione, fra le 16.55 e le 17.10, non erano trascorse che cinquantaquattro ore – sì, il mondo intero le ha contate – dalla strage di rue Nicolas Appert. Eppure sono sembrate un secolo, un arco di tempo così dilatato da aver fatto cambiare a tutti noi la visione del mondo. Le tv inquadravano in simultanea una scelta praticamente obbligata: la polizia francese non avrebbe potuto distinguere fra un’operazione e l’altra, non avrebbe potuto lasciare a una delle due posizioni dei terroristi una forza inestimabile di ricatto finale.
E cosi è stato, prima con Dammartin en Goele, con la tipografia del paese, e poi con Porte de Vincennes. Quando lassù, in Val d’Oise, gli uomini in tuta mimetica sono comparsi sui tetti, si è capito subito che l’operazione era riuscita. Quando le ambulanze si sono precipitate davanti al negozio kosher a raccogliere gli ostaggi sconvolti e i feriti, è stato evidente, invece, che qualcosa non quadrava: continuavano a uscire in cinque, in sei, compreso il piccolo Noah, e non era finita.
AGENTI FERITI
Gli agenti sparavano ancora. Ahmedy, prima di morire, avrebbe fatto in tempo a ferirne addirittura quattro. Eppoi la terribile scoperta, quattro corpi in fondo al locale, probabilmente uccisi subito da Coulibaly, al momento della sua irruzione. E nessuna traccia della donna che le tv francesi davano per sicura al suo fianco, un’algerina di 26 anni, Hatyet Boumedienne. La Cnn ha sostenuto addiruttura che sia riuscita a fuggire confusa tra gli ostaggi, ma è tutto da provare. Di sicuro le stanno dando la caccia per la Francia intera.
Sfiora il grottesco, poi, la rivelazione di un’emittente tv francese, la Bfm. Coulibaly, concessa a loro una farneticante intervista, avrebbe lasciato il telefonino in funzione. La polizia l’avrebbe ascoltato mentre recitava delle preghiere, quasi un atto finale, e avrebbe deciso a quel punto di intervenire. Non solo: quella di Amedy è stata una specie di intervista «sincronizzata» con uno dei fratelli Kouachi, con Cherif. Lui di al Qaeda, l’altro che dichiara di aver abbracciato lo Stato islamico. Pazzesco.
A Dammartin, come in un film d’azione purtroppo visto dal vero, veniva intanto fuori un altro particolare che ha dell’incredibile. I fratelli Kouachi, così spietati, così organizzati, così efficaci, erano usciti allo scoperto, incalzati dai primi colpi dei gendarmi, senza neanche sapere di avere un ostaggio a disposizione. Erano rimasti per ore in quegli uffici, prima ad avviare una specie di trattativa e poi a ritirarsi in una resistenza disperata, senza sapere che, nascosto al primo piano dell’edificio c’era una persona, un grafico. Fa sensazione rilevarlo: i due Kouachi avevano un ostaggio a disposizione e non l’hanno sfruttato. Il loro terzo clamoroso, inaspettato errore in questi tre giorni di folle fuga: prima l’indirizzo sbagliato in rue Nicolas Appert, poi la scarpa da ginnastica fortunosamente recuperata sotto la Citroen nera e infine, ieri mattina, quell’uomo nascosto sotto il lavandino che li ha beffati. Mentre il mondo intero sapeva che nella palazzina stavano tenendo prigionieri degli ostaggi, almeno uno.
IL GRIDO DEGLI STUDENTI
Sono potuti tornare a casa, comunque, insieme a Michel Catalano, anche le centinaia di liceali di Dammartin: bloccati per tutta la giornata nelle loro classi con le tapparelle abbassate, di quando in quando intonavano il nuovo “inno” della libertà francese facendo giungere chiaro alle forze dell’ordine, e probabilmente anche ai due killer, il grido “Charlie Charlie”. Poteva tirare un sospiro di sollievo tutta la Val d ’Oise, compresi quei coraggiosi cittadini che a un certo punto si sono addirittura offerti come potenziali ostaggi, purché quell’angoscia avesse una fine. A Porte de Vincennes, invece, l’inferno è cominciato all’ora di pranzo, intorno all’una, e si può dire che non è ancora finito. La furia assassina di Ahmedy Coulibaly, il suo disperato tentativo di funzionare da estremo back up per i fratelli Kouachi e la loro fuga, ha mandato prima di tutto la città in tilt. E non una città qualsiasi, ma Parigi, una sterminata metropoli abituata a vivere le sue giornate in una dimensione di orgogliosa, consolidata, storica sicurezza.
Chiuso in tutti e due i sensi il Boulevard periferique, una specie di gigantesca tangenziale. Chiusa la linea uno del metro, interrotta la linea 3 dei bus. Eppoi la Cité Scolaire, che sta proprio da quelle parti. Un concentrato di istituti di ogni ordine e grado, dai 5 ai 18 anni, tutti bloccati negli edifici fino a quando non è arrivato il cessato allarme.
GLI INTERROGATIVI
Ci vorrà tempo per capire. Ci vorrà tempo per sapere come e quando Amedy e i due fratelli abbiano potuto progettare tutto questo, senza neanche essere sfiorati da indagini di polizia. Se siano mai stati in contatto in queste ore, e come, e cosa sia esattamente accaduto a Montrouge giovedì mattina: un banale controllo di traffico che ha fatto imbracciare il fucile ad Ahmedy o una provcazione voluta, fino a uccidere una povera vigilessa e a organizzare l’irruzione nel negozio kosher?
È ancora stupefacente come sia riuscito a sfuggire per ventiquatt’ore buone alla caccia della polizia, fino a ritrovarselo a Porte de Vincennes, fino al punto di immaginare che abbia avuto le sue basi, i suoi appoggi probabilmente nell’arrondissement più vicino, il Diciannovesimo, il quartiere dell’imam Beynattou. È qui che venivano ad ascoltare le prediche anche i fratelli Kouachi, è qui che un giorno Cherif ebbe a dire: «L’ho capito dai testi, è bene essere un martire»
Ci sono foto che li ritraggono insieme, tutti e tre. Ci sono indagini che li collegano, almeno da sei-sette anni. Eppure, tutti e tre, in queste cinquantaquattro ore sono riusciti a mettere in scacco la Francia. Lasciando nell’ombra, per un ruolo ancora tutto da decifrare la compagna di Ahmedy, ma soprattutto facendo rimanere aperto un interrogativo: chi era l’autista di rue Nicolas Appert? Se non Ahmedy, se non il diciottenne che facilmente ha potuto dimostrare di essere stato a scuola quella mattina, chi si trovava al volante della Cifroen nera con i vetri oscurati?

IL MESSAGGERO