Salvini in Campidoglio tra slogan e fischi

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Fra i due Colli Matteo Renzi sceglie il Campidoglio. «Al Quirinale non ci vado» aveva detto. Infatti all’incontro con Mattarella manda Giancarlo Giorgetti con i capogruppo di Camera e Senato. Lui preferisce andare sotto le finestre del sindaco Marino con un manipolo di propri parlamentari e uno striscione evergreen: «Vattene». La campagna romana del leader leghista comincia così, anticipo della manifestazione di sabato prossimo in piazza del Popolo dove a fargli compagnia saranno numerosi gruppi dell’estrema destra.
Al Campidoglio la piccola adunata padana dura un’oretta. La presenza più numerosa, in verità, è quella delle forze dell’ordine occupate a sedare sul nascere eventuali battibecchi eccessivi con alcuni consiglieri di Sel e con gli antagonisti che però rimangono a distanza. «Roma merita un sindaco migliore di quello che ha» dice Salvini che snocciola il rosario dei suoi slogan prediletti: «Troppi zingari, troppa sporcizia, troppa insicurezza». Dall’altro versante della piazza partono fischi e cori: «Via i razzisti».
L’INCONTRO CON MATTARELLA

Nel frattempo al Quirinale la delegazione leghista è a colloquio col Capo dello Stato: «Siamo andati a dirgli che deve mettere un freno al dittatore Renzi che non ha alcun rispetto per il Parlamento». Certo, ci fosse stato anche Salvini l’incontro avrebbe avuto un altro peso. Lui ha preferito disertare, come a far capire che un filo diretto col presidente Mattarella gli interessa assai poco. Per ora preferisce la piazza, o i salotti tv. Per i rapporti istituzionali c’è sempre tempo.
Intervistato dal Messaggero.tv dice che «l’accoglienza dei romani va al di là di ogni più rosea aspettativa». Sostiene che la gente lo ferma per strada chiedendogli una mano: «C’è perfino chi mi chiede di fare il sindaco». Ma c’è pure chi, nella piazza del Campidoglio, gli chiede di stare alla larga. «Salvini alimenta la guerra tra poveri, il razzismo, l’omofobia. Qui non lo vogliamo». Lui fa spallucce e ostenta disprezzo: «Non mi occupo di quello che dicono quattro disadattati».
Del resto, è molto impegnato a occuparsi di quel che dice Flavio Tosi, il sindaco leghista di Verona che si è messo di traverso ai suoi progetti. «Non si preoccupi, io non lo voglio espellere» dice il segretario del Carroccio. Ma la tensione fra i due è sempre altissima. Tosi continua a insistere sul fatto che a scegliere i candidati da mettere in lista per le regionali del Veneto non può essere il partito milanese: «Anche ai tempi di Bossi i veneti decidevano per il Veneto. E’ accaduto di recente anche in Emilia Romagna. Non si capisce perché questa volta debba essere Salvini a farlo».
TOSI DIALOGA CON NCD E FI

La partita è ancora aperta. Lunedì il sindaco di Verona parteciperà al Consiglio federale convocato in via Bellerio a Milano, e ci andrà con intenzioni bellicose: o gli verrà lasciata via libera nelle scelte dei candidati e delle alleanze, oppure prenderà in seria considerazione l’ipotesi di candidarsi per la presidenza della Regione in opposizione a Luca Zaia. Salvini non sembra preoccupato: «Anche si dovesse candidare Babbo Natale il vincitore sarà comunque Zaia». Ma Tosi seguita a tessere la sua tela, con l’obiettivo di portare non solo l’Ncd, ma anche Forza Italia dalla sua parte.

Il Messaggero