“Roma ti amo”: Una mostra in fondo al cuore

ROMA TI AMO

Presso il complesso Factory Pelanda (ex mattatoio di Testaccio), è possibile visitare fino a luglio la mostra “Roma ti amo”, dedicata alla squadra giallorossa. Un lungo e romantico viaggio nel tempo, tra ricordi, suggestioni e curiosità, che permette di riappropriarci di quell’essenza sociale e aggregativa che il football moderno sembra aver dimenticato troppo facilmente.

Nel cuore di Testaccio. Lì dove negli anni Trenta del secolo scorso batteva forte il cuore della neonata squadra capitolina. A due passi dal Monte dei Cocci, dove l’infinito amore della gente spingeva chi era impossibilitato ad accedere al mitico “Campo Testaccio”, a salire lassù in cima per ammirare dall’alto, seppur con difficoltà, le gesta di Masetti, Volk e compagni.

Qui ha sede la mostra che omaggia la storia dell’Associazione Sportiva Roma, che vide la luce in una lontana estate di quasi ottantasette anni fa.
Ci perdonerete se
qui l’intento non è quello né di elencare uno alla volta tutti i cimeli magistralmente esposti nella mostra, né quello di ricordare le gesta di un singolo calciatore che ha scritto pagine indimenticabili nella storia del club giallorosso.

Quello che crediamo sia fondamentale e necessario, è il tentativo di raccontare il significato più profondo che l’esposizione della storia di un club può rappresentare non soltanto per i suoi fedelissimi appassionati, quanto per la totalità degli sportivi, per chiunque intenda il calcio ancora in chiave romantica e quindi sentimentale, scevra dai falsi ed effimeri stereotipi imposti dal moderno sport business, che ci indica il modo più “sano” e “conveniente” di vivere il rapporto con la passione più grande, la più amata. Come se qualcuno ci venisse ad insegnare il modo più giusto di amare una persona, che parole usare, che gesti fare, quando e come emozionarsi.

“Roma ti amo” è tutto questo, pensateci bene. Nelle due parole più antiche ed “abusate” del mondo c’è tutta la mostra. Mai scelta del nome fu più semplice e perfetta allo stesso tempo. Due parole per varcare l’ingresso e ritrovare nelle maglie dei tuoi idoli d’infanzia la tua storia personale, nelle sale degli anni Trenta, Quaranta, Sessanta, Ottanta i racconti di un nonno, di un padre o di un fratello maggiore. Per scoprire che nella dolce luce soffusa che mostra coppe, foto, ritagli di giornale e quant’altro, c’è la tua storia, e chi se ne importa se gran parte non l’hai vissuta in prima persona, ne fai parte quanto chi saliva su quel Monte più di ottanta anni e ne farà parte il giovane appassionato che ne visiterà un’altra di mostra, magari tra vent’anni.

Un viaggio nel cuore di ognuno, questo è la storia di un club, di ogni club. Provate ad abbinare quelle due eterne parole a qualsiasi altra squadra, il risultato non cambierebbe; si tratterebbe sempre di emozioni e di ricordi, e quindi di affetto, di amore, e per molti perché no, di dolce nostalgia. Ecco perché la mostra di un club in fondo è di tutti, dei romanisti come dei laziali, dei torinisti come degli juventini e via citando. Siete proprio convinti che un tifoso laziale non potrebbe provare emozione viaggiando nei ricordi dell’acerrima rivale o viceversa? In fondo, se ci pensate bene, anche nelle rivalità più profonde che lo sport ci ha mostrato, si trova sempre un affetto “nascosto”, d’altronde per “odiare” il nemico devi anche conoscerlo, avvicinarlo, contrastarlo ed allontanarlo, ma per fare tutto ciò devi creare un legame, che anche se non ammetterai mai legherà indissolubilmente la tua vita sportiva ed emozionale alla sua. Un caso su tutti: Coppi e

Bartali, simboli di un’Italia che ricostruiva se stessa dalle macerie di una guerra devastante. Rivali per sempre, schivi l’un l’altro, avevano poco in comune. Eppure l’immagine che li ritrae sui pedali durante il Tour de France del 1962 è probabilmente la più famosa dello sport italiano: loro che si passano la famosa borraccia sul passo del Galibier, in una delle salite più dure del giro francese. L’immagine di un rispetto di fondo e, perché no, di un affetto reciproco celato e “creato” proprio dalla forte rivalità.

E’ indubbio che un tifoso che decidesse di visitare la mostra relativa al suo club, proverebbe sicuramente un numero di emozioni maggiore rispetto a quelle che l’esposizione potrebbe suscitare in qualsiasi altro appassionato di fede diversa. Sarebbe sciocco negare tutto questo, come sarebbe altrettanto superficiale e permetteteci ottuso considerare una mostra come un qualcosa di “limitato” nello spazio, seppur coinvolgente, di una sola tifoseria. In fondo, tentare di condividere le storie e le emozioni degli altri appassionati dovrebbe essere visto come la ricerca di un arricchimento dell’anima di ogni sportivo, a prescindere dalle bandiere e dall’appartenenza, ed aiuterebbe probabilmente ad allontanarci sia dalla più bieca e becera rivalità che imperversa nel calcio, sia dagli insensibili insegnamenti dei gestori di tutto il circo pallonaro.

Tutto questo rappresenterebbe un altro piccolo passo in avanti per far tornare quello che il calcio è stato, ormai diversi decenni fa, per questo paese: aggregazione, condivisione e, in qualche squadra e per alcuni protagonisti, anche insegnamento.
Ma forse corriamo troppo avanti. O troppo indietro. 

Raniero Mercuri