Roland Garros – Nadal suona la nona: è ancora lui il re a Parigi

NADAL

“Rafael Nadal” e “vittoria” sono da sempre un sinonimo a Parigi. Da un paio d’anni però si è aggiunta una nuova definizione accanto al nome del tennista spagnolo: “storia”. Sul Philippe Chatrier il tennista maiorchino continua a riscrivere i libri dei record di questo sport e per il quinto anno consecutivo Nadal si porta via il titolo di campione del singolare maschile: è il nono in carriera. Numeri incredibili – e probabilmente irripetibili – quelli del mancino di Manacor, che insieme al nono trofeo da conservare in bacheca entra nella storia del tennis per questo incredibile record: da 10 anni consecutivi Rafa vince almeno un torneo dello slam. Pura fantascienza.

Per tutte queste ragioni la vittoria di Nadal ha ovviamente un sapore dolcissimo, ma insieme ai record c’è da aggiungere una componente assolutamente non trascurabile legata al successo di questo giugno 2014: il pronostico. Se è vero infatti che i numeri obbligavano a considerare Nadal il favorito del torneo, l’opinione di tanti – tantissimi – tra gli addetti ai lavori (e non solo) era quella di un Djokovic in miglior forma e pronto a fermare l’egemonia di Nadal sulla terra parigina. Da un lato c’era infatti il netto successo del serbo a Roma e dall’altro un Nadal che per la prima volta in carriera aveva stentato sul rosso, come i vari match con Ferrer (Monte Carlo), Almagro (Barcellona), Nishikori (Madrid) e Djokovic appunto (Roma) stavano lì a dimostrare.

Nadal ha invece ancora una volta smentito tutti, accoppiando il suo straordinario talento tennistico a un lato di tabellone davvero favorevole; e approfittando così di tutto ciò che serve a un qualsiasi sportivo per scrivere una carriera di successo: talento, lavoro, dedizione e un pizzico di fortuna.

Fortuna che al maiorchino non è mancata nemmeno in finale. Dal doppio fallo – destinato a far discutere – di Djokovic sul match point (un idiota – e perdonateci il termine – ha pensato bene di urlare qualcosa durante il lancio della seconda di servizio del serbo) a una condizione fisica dell’avversario che è andata in calando proprio nel momento più importante della settimana.

Tutti pezzetti del puzzle che il maiorchino ha saputo mettere insieme con saggezza e tenacia, e pur non giocando la sua miglior finale di sempre è così riuscito a regolare con quel 3-6, 7-5, 6-2, 6-4 in poco più di 3 ore e mezza un Djokovic anch’egli deludente.

Sì perché se è vero che la finale come anticipato entra nella storia per ciò che ha rappresentato, dall’altro lato c’è un pubblico mondiale che non la manterrà certo nella memoria dal punto di vista puramente tennistico. Anzi. I due fenomeni della racchetta hanno deluso a turno. Da un Nadal inizialmente molto falloso – e molto corto col dritto – a un Djokovic assente sia in risposta che col suo temibilissimo rovescio. Insomma, dei 42 precedenti tra il mancino di Manacor e il ragazzo di Belgrado avevamo assistito a sfide qualitativamente assai superiori.

Ad essere premiata però – e a fare quindi la differenza – è stata ancora una volta la tenacia e la condizione fisica di un Nadal che come il più esperto dei maratoneti è venuto fuori alla distanza. Al contrario Djokovic ha invece messo in mostra tutti i limiti fisici che avevano già preoccupato l’angolo serbo nella semifinale con Gulbis, e dopo aver vinto il primo set è arrivato tra il finale di secondo e l’inizio del terzo un evidente crollo che ha permesso a Nadal di rientrare prima e fare gara di testa poi. Dal 5-5 del secondo set al 3-0 del terzo abbiamo infatti assistito a un parziale di 20 punti a 3, colorato inoltre da un Djokovic alle prese con evidenti problemi di stomaco.

Sfuggito di conseguenza anche il terzo le cose migliori – di entrambi – le abbiamo viste nel quarto set, quando la grinta da una parte e la voglia di entrare nella storia dall’altra hanno scatenato uno spettacolo tennistico finalmente degno dei loro nomi. Nadal è scappato avanti di un break, Djokovic con orgoglio è rientrato fino al 4-4, arrivando ai vantaggi nel game successivo ma inchinandosi nel decimo gioco a 3 punti consecutivi di Nadal. Del doppio fallo finale che ha ucciso i residui sogni di Career Grand Slam di Djokovic, poi, abbiamo già parlato.

Ad inchinarsi in lacrime è stato quindi, di nuovo, Rafael Nadal. Un uomo che qui, in dieci anni, ha perso una sola volta. Un tennista in grado di vincere 14 titoli dello Slam, raggiungere Pete Sampras e insidiare sempre più da vicino il rivale storico Roger Federer (a quota 17). Insomma, il mito di Rafa continua.

Eurosport