Rivolta in carcere contro Bergoglio: «Mai più a messa siamo scomunicati»

PAPA

Nel carcere di Larino, in provincia di Campobasso, un detenuto rinchiuso per gravi reati di mafia, nei primi giorni di detenzione cominciò a sfogliare la bibbia trovata sul comodino. «Da allora – ricorda il cappellano del carcere, don Marco Colonna – ha iniziato un percorso di avvicinamento alla fede, difficile ma sincero». Poi, un giorno, il 21 giugno, lui come gli altri rinchiusi nella Sezione di alta sicurezza, ascoltano le parole di Papa Francesco, dalla Calabria, che avverte: «Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati». 
DISORIENTATI
E da allora per quel detenuto, come per gli altri 200 rinchiusi a Larino legati alla mafia, alla ’ndrangheta e alla camorra, è cominciata una fase di disorientamento, di smarrimento, lui e gli altri si sono chiesti: «Ma possiamo continuare ad andare a Messa?». Da allora una parte di loro ha disertato la Messa in carcere. «Ma non chiamatela rivolta, ribellione – si infervora don Marco Colonna, cappellano del carcere di Larino – perché non è così. È altro, qualcosa di più profondo, è il desiderio di capire che hanno queste persone. Me ne hanno parlato, mi hanno chiesto di spiegare loro il senso delle parole del Santo Padre. Ma non è una rivolta contro Papa Francesco, loro lo amano, gli hanno anche scritto una lettera in occasione della sua visita in Molise dell’altro giorno». Però le parole di papa Bergoglio erano ben scolpite, inequivocabili. Chiare: mafia, ’ndrangheta e camorra sono fuori dalla Chiesa. «Io ho spiegato – replica don Marco – che il Santo Padre e la Chiesa condannano le azioni, non la persona. Se così non fosse cosa dovrei dire a questi detenuti, che il loro percorso di fede è inutile? Che non esiste salvezza? Ma la salvezza è alla base del Vangelo. Ma lei sa che alcuni di loro vengono da ambienti in cui non c’era scelta, in cui sono nati e cresciuti senza sapere che esisteva una alternativa?».
Il caso del carcere di Larino ieri è diventato pubblico quando l’arcivescovo di Campobasso, monsignor Giancarlo Bregantini, ha spiegato a Radio Vaticana: «I detenuti dicono di non volere più prendere parte alla Messa. È una cosa sorprendente, che conferma quanto il Papa parlando, incida nelle coscienze. I detenuti della Sezione di alta sicurezza si sono chiesti ”ma se siamo scomunicati, a non Messa non vale la pena andarci”. Ne hanno parlato con il cappellano che ha invitato il vescovo nel carcere per spiegare il senso dell’intervento del Papa. Questo dimostra che dire certe cose non è clericalismo». Ieri mattina – proprio all’indomani della visita di Papa Francesco in Molise – il vescovo di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca, ha varcato il portone del carcere. Un incontro teso? Una Messa a cui i detenuti hanno voltato le spalle? «No, non è così – racconta l’ispettore capo della polizia penitenziaria del carcere di Larino, Nicola Di Michele – al contrario, la messa era affollata». E l’arcivescovo Bregantini aggiunge: «Io penso che l’atteggiamento dei detenuti meriti grande rispetto perché dimostra quanto sia preziosa la parola del Papa». Al termine di una giornata tumultuosa, don Marco Colonna, 34 anni, insegnante del Liceo Scientifico e cappellano nel carcere di Larino di quattro mesi, un po’ si arrabbia con i giornalisti che lo chiamavano per chiedergli della «rivolta». 
L’INVITO
«Il fatto che questi detenuti, magari accusati di crimini gravissimi, si sentano toccati dalle parole del Papa, è un grande segno di fede. Se non ci fosse la fede, non sarebbero colpiti dal messaggio del Santo Padre, a cui hanno scritto anche una lettera. Sa cosa spero? Che Papa Francesco possa un giorno venire qui a parlare con queste persone».

Il Messaggero