Riparte l’industria, l’Italia accelera

industria

ROMA Finalmente un dato positivo. Anzi due. C’è la produzione industriale che ad aprile, secondo le rilevazioni Istat corrette per i giorni del calendario, è tornata a salire. E nemmeno di poco: +0,7% rispetto a marzo (quando era risultata negativa) e soprattutto +1,6% su base annua. Era dall’agosto del 2011 che l’industria italiana non metteva a segno un rialzo così consistente. E poi c’è il dato sulla spesa delle famiglie relativo al primo trimestre: è meno eclatante, perché si limita ad un +0,1%, ma in un momento di vacche magrissime resta un segnale importante. Anche perché per ritrovare un segno più davanti ai consumi dobbiamo tornare indietro fino al quarto trimestre del 2010. 
In realtà la giornata di ieri è stata segnata anche da un altro dato buono per l’Italia: il superindice dell’Ocse, una rilevazione che guarda alle prospettive. Ebbene l’Italia è l’unico Paese del G7 che ad aprile, nell’ambito di un quadro stabile, fa registrare un’accelerazione della crescita, un miglioramento del clima economico. Da 101,4 di marzo, il nostro Paese passa a 101,6. Su base annua l’incremento dell’indicatore è del 2,4% più che doppio rispetto alla Germania (+1,05%). «È il segnale che abbiamo trovato la chiave giusta per far ripartire il Paese» osserva da Pechino il premier Matteo Renzi, che naturalmente saluta molto positivamente anche il dato sulla produzione industriale. 
Sta cominciando quindi la rimonta dell’Italia? Confindustria invita alla cautela. «Queste variazioni minime non si possono ancora interpretare come una vera ripartenza, che speriamo arrivi nel più breve tempo possibile» osserva il leader dell’associazione di viale dell’Astronomia, Giorgio Squinzi. 
RECUPERO SÌ, MA LENTO
D’altronde già a maggio, secondo il Centro Studi di Confindustria, ci sarebbe stata una nuova frenata, con una variazione nulla della produzione industriale rispetto al dato di aprile. Cosa che porterebbe la variazione congiunturale acquisita per il secondo trimestre del 2014 a +0,2%. «Il quadro rimane nel complesso debole ma orientato al miglioramento», si legge nel rapporto. Per il manifatturiero, gli indicatori di Confindustria, segnalano «il proseguimento di un lento recupero nei prossimi mesi». Secondo Squinzi «ci aspetta una lunga traversata del deserto». La bacchetta magica non ce l’ha nessuno: «magari l’avessimo» osserva il numero uno di Confindustria parlando ad un convegno a Catania, dove sprona nuovamente il governo ad andare avanti sulle riforme. Rispetto al picco pre-crisi la produzione resta comunque sotto del 24,5%.
Anche per la Confcommercio la ripresa è lontana. «Per ottenere una crescita dello 0,5% nell’anno in corso, le variazioni congiunturali del Pil dovrebbero passare dal -0,1% del primo trimestre a circa +0,4% per tutti i rimanenti trimestri» fa notare l’Ufficio studi dell’organizzazione. Anche quel +0,1% dei consumi, è troppo debole. Tra l’altro in termini tendenziali il dato risulta ancora negativo (-0,6%). 
Intanto l’Istat conferma le previsioni di un Pil negativo nel primo trimestre 2014 (-0,1% ) e parla di «fase stagnante». In termini assoluti il Pil italiano resta indietro di 14 anni. Il valore concatenato nel primo trimestre 2014 è infatti pari a 340,753 miliardi di euro, il livello più basso dal primo trimestre del 2000. 
LE MINACCE ALLO SVILUPPO
A zavorrare la nostra crescita c’è sempre lui, il macigno che ci portiamo sulle spalle da decenni: il debito pubblico. Nel periodo 2006-2013, segnala Standard & Poor’s, in Italia il debito complessivo (pubblico e privato) è aumentato del 71,6%. La necessità di ridurlo «potrebbe bloccare la ripresa per anni». Nei paesi periferici e del Sud Europa in realtà è l’incremento più basso dopo la Slovenia. Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda hanno fatto peggio, ma gli ultimi due paesi recentemente hanno iniziato una discesa consistente sia per i debiti pubblici che privati. L’Italia ancora no. Motivo per cui la settimana scorsa l’agenzia di rating non ha migliorato il nostro outlook.
C’è poi il peso della burocrazia. Alle piccole e medie imprese – ha segnalato ieri Confartigianato durante l’assemblea annuale – la burocrazia costa oltre settemila euro l’anno ciascuna, che complessivamente fa 30,9 miliardi l’anno, circa due punti di Pil. Tra il 2008 e il 2014 sono state approvate 629 norme, di cui 389 introducono oneri. In pratica in sei anni si è prodotta quasi una complicazione normativa in più a settimana. 

IL MESSAGGERO