Rio 2016 Viviani, quelle lacrime tricolori: «Fantastico vincere per l’Italia»

Elia_Viviani

RIO DE JANEIRO (Brasile) – La corsa a punti è una trappola micidiale. Elia Viviani la scavalca da predatore, ferito, inseguito, ma alla fine signore della giungla. Vincitore, campione olimpico. All’ultima prova ha rischiato di perdere la medaglia d’oro, anzi una medaglia qualsiasi, esattamente come a Londra nel 2012, come all’ultimo Mondiale. In quell’Olimpiade sul chilometro. Qui invece si chiude con questa giostra caotica che manda all’ospedale il coreano Park, portato via in barella con l’ossigeno. E’ stato lui il primo a cadere dietro Cavendish, perdendo un pezzo della bici, abbattendo Viviani che a sua volta ha spazzato via l’australiano O’Shea. Ma il veronese su questa gara olimpica aveva investito quattro anni di riflessioni, mesi di allenamento, discussioni con la sua squadra che è il Team Sky, svariati frammenti di vita personale.

TATTICA – Si è rialzato, ha continuato. Perdendo la linea di corsa per una ventina di giri, troppo lontano da Hansen, il campione uscente che nel frattempo provava e riprovava colpi di mano uno dei quali riuscito (giro guadagnato, 20 punti messi da parte mentre ogni vittoria di sprint ne vale 5), troppo angosciato da Cavendish, uno dei velocisti più furbi che il mondo abbia conosciuto. Gli hanno neutralizzato una volata e questo gli ha giovato a ritrovare la logica e la tattica. Bisogna stare attenti a tutto, a non inseguire troppo e anche a non perdere contatto con chi scatta, a vincere gli sprint ma pure a non farli vincere a chi conta. Il resto era stato tutto più lineare, 7º nello scratch che è semplice, si parte e vince chi arriva davanti agli altri, 3º nell’inseguimento, 1º nell’eliminazione, 3º nella crono, 2º nel giro lanciato, primo alla fine di tutto questo. Per l’Omnium bisogna essere un uomo ovunque, quantità e qualità e intelligenza ciclistica, «ma soprattutto gambe, senza di quelle non si muove niente, anche la testa sta ferma». Si avvolge nella bandiera tricolore, la usa per asciugarsi le lacrime e non è retorica risorgimentale, «è quello che distingue l’Olimpiade da tutto il resto, perché quando sei ai Giochi ti rendi conto di rappresentare qualcosa, che un Paese ti sta guardando e fa il tifo per te anche se tanti sentono il tuo nome per la prima volta. Il ciclismo è un mondo piccolo, ai Mondiali corri per quel mondo, all’Olimpiade corri per te e per tutti».

IL SOLCO – Elena Cecchini, che pedala anche lei, incassa la dedica. «Insieme con tante altre persone che devo ringraziare. Elena però è l’unica che sappia dare serenità a questo cervello un po’ cupo, che perde la calma facilmente. Mi è accaduto tante volte, questa volta no. Cavendish ha cambiato direzione e io mi sono reso conto che non sarei riuscito a evitare il groviglio. Ho pensato solo a toccarmi la spalla dolorante, ho capito che ero intero, ho continuato. Guardavo il tabellone, vedevo la bandiera del’Italia ancora in cima, come potevo perdere le forze in quel momento?». Lui che si divide tra strada e pista ora traccia un solco. «Nei prossimi due anni mi vedrete molto poco in pista. Volevo l’oro, l’ho ottenuto e questo chiude un capitolo della mia vita. Ma non abbandono la Nazionale, non posso. Ho aiutato Marco Villa a costruire il gruppo. Me ne sento responsabile, in una certa misura». In questi giorni gli farà male il pugno che picchiato tra terra e bici dopo la caduta. Quando ha avuto paura di avere perso ancora, alla gara finale, quando si separano i destini. Un pugno, un grido, il risveglio. E la scelta della parte da cui stare.

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