Riforme, sinistra del Pd in trincea ma resta isolata Voto entro gennaio

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«Il 7 gennaio Matteo Renzi riunisce i parlamentari Pd, consiglio a tutti i deputati dem di lasciare fuori dalla porta orologio e ipocrisia». Twittava così qualche giorno fa il lettiano Francesco Boccia. L’appuntamento è per oggi pomeriggio, ma delle intenzioni di sfidare il presidente del Consiglio non c’è sinora traccia. Se si esclude l’irriducibile Fassina («Renzi fa propaganda indecente») e l’area vicina a Cuperlo, la corposa pattuglia di deputati del Pd di Montecitorio si appresta a votare la riforma costituzionale già varata dal Senato nei tempi previsti da palazzo Chigi.
PRETESE
Ieri sera, nella lettera postata su Facebook, Renzi scrive che «da domani (oggi ndr) alla Camera, con tempi contingentati per finire entro gennaio la seconda lettura» della riforma costituzionale definita «passaggio storico». «Dopo 70 anni di tentativi andati a vuoto, questo Parlamento, in questa Legislatura, sta portando a casa una riforma seria e organica. Sta nascendo il Senato delle autonomie, si definiscono le funzioni delle Regioni riducendone costi e pretese ma chiarendone meglio le funzioni, si aboliscono gli enti inutili, si semplifica il procedimento legislativo».
Il ragionamento che oggi pomeriggio Renzi farà ai suoi deputati, sarà più o meno quello scritto ieri su Facebook. Se si tratta di rispettare un appuntamento con la storia, sostiene Renzi, nessuno potrà sottrarsi. Resta da vedere se la compattezza del gruppo si ripeterà nelle votazioni, molte a scrutinio segreto.
Il problema per palazzo Chigi sembra essere non tanto nel merito, quanto nei tempi. Nel cronoprogramma stilato da palazzo Chigi è previsto che la riforma costituzionale e la legge elettorale debbano fare un passaggio parlamentare prima delle dimissioni di Giorgio Napolitano. Un timing che, forse più dei contenuti, rappresenterebbe un successo per Renzi. Alla riunione con i deputati dovrebbe seguire quella con i senatori che da domani saranno impegnati sulla legge elettorale. Al Senato il voto è palese, ma il testo è stato licenziato dalla commissione senza le modifiche che successivamente sono state concordate nella maggioranza e, in parte, con Forza Italia. I problemi aperti non sono pochi. A cominciare dalla clausola di salvaguardia che fissa le elezioni non prima del 2016 e che il premier vorrebbe fosse votata all fine, mentre FI la ritiene requisito preliminare. Senza contare che nel Pd la sinistra chiede anche che i collegi con capilista bloccati scendano da 100 a 70.
TERZI
Anche su questo tema il presidente del Consiglio nom molla e ieri, nella lettera postata sul suo profilo Facebook, scrive: «Chi vince, vince. E governa, per cinque anni. Maggioranza chiara. Basta col ricatto dei partitini: il partito più forte governa da solo, sempre che ne sia capace. Cento collegi in cui ogni partito presenta un nome sul modello dei collegi uninominali, ma viene introdotta anche la possibilità di votare il proprio candidato con la preferenza. Alla fine – continua il premier – due terzi dei parlamentari saranno eletti con le preferenze, un terzo con il sistema dei collegi. Tutti sapranno chi si vota in modo riconoscibile e chiaro». Renzi non si fa problemi a sottolineare come l’Italicum 2.0 tolga ai piccoli «il potere di ricatto» e sfida tutti coloro che sono già in un piccolo raggruppamento o pensano di costruirselo così come ha chiesto e ottenuto dai senatori di votare una riforma che di fatto cancella le poltrone dove sono seduti.

Il Messaggero