Riforme, Renzi: sentirò M5S, però si corre

Grillo, io oltre Hitler, senza M5S ci sarebbero nazisti

«Questo Paese o lo cambiamo insieme o non lo cambia nessuno». Le parole che Matteo Renzi pronuncia dal palco di Vicenza, riassumono il senso dell’incontro di ieri mattina avuto con Giorgio Napolitano. Un confronto che si è sviluppato anche su altri argomenti, ma che è partito proprio dalle disponibilità – emerse dopo il voto del 25 maggio da parte della Lega di Matteo Salvini e del M5S di Beppe Grillo – di discutere di riforme istituzionali e legge elettorale. «Valutare il più ampio coinvolgimento possibile», si legge nella nota che il Quirinale diffonde dopo il faccia e faccia mattutino. E Renzi quel tentativo di allargare al massimo il consenso sulla riforma del Senato, del Titolo V e della legge elettorale, ha promesso al Capo dello Stato di tentarlo «sino in fondo» e «con la massima convinzione».
BILANCIA

Il ruolo di baricentro, o di «passepartout» riformatore, piace molto a Renzi anche perchè – notava ieri lui stesso – «solo un mese fa sembrava che io avessi la peste». Ora invece «siamo alla gara a chi si accredita di più nel ruolo che l’azzurra Anna Maria Bernini chiama di «opposizione simpatizzante». E così la disponibilità mostrata dai grillini che vogliono «uscire dal limbo», come sostiene il pentastellato Di Maio, cade a pennello per svegliare le titubanze di un Cavaliere che i suoi descrivono «in piena confusione mentale», ma certo di non voler mollare il filo che lo lega all’ex sindaco di Firenze. Il pilastro sul quale Renzi ha costruito il suo processo riformatore resta il patto del Nazareno condiviso ormai anche dai centristi della maggioranza, al punto che Pierferdinando Casini non si scandalizza se il M5S decidesse di «aggregarsi all’accordo con Forza Italia».
La fila dei ”disponibili” che si allunga davanti la porta di palazzo Chigi ha di fatto tolto molte cartucce ai 14 dissidenti del Pd che ieri si sono arresi alle argomentazioni del capogruppo Luigi Zanda rientrando in buon ordine nel gruppo senza ottenere il reintegro di Mineo in Commissione. Di questa unanime disponibilità Renzi ha promesso a Napolitano di farne buon uso, senza però che ciò comporti rinvii o il venire meno degli obiettivi che restano la fine del bicameralismo (con la trasformazione del Senato in una sorta di camera della regioni), la rimodulazione del titolo V (con un sostanziale ridimensionamento delle regioni, la cancellazione definitiva delle province, e maggiori competenze ai comuni) e una legge elettorale che permetta di conoscere il vincitore la sera dello spoglio delle schede (con un sostanziale effetto bipartitico sul sistema).
RETROMARCIA

I paletti, come ieri ripeteva anche il ministro Maria Elena Boschi, «restano immutati» e di fatto rafforzati dal voto di maggio. La «settimana decisiva» comporta quindi per il governo la limatura del testo delle riforme istituzionali nella prima commissione del Senato dove ora il Pd, senza i dissidenti, ha la possibilità di accelerare i lavori cercando di contenere anche i 5 mila emendamenti presentati dal Carroccio. Visto che per la legge elettorale si dovrà attendere «settembre», come ha ripetuto ieri Renzi, prima si vota il pacchetto di riforme istituzionali e poi si discute delle modifiche all’Italicum e dell’eventuale torsione presidenzialista che vorrebbe Forza Italia e che, al massimo, potrebbe tradursi per Renzi in una sorta di premierato.
Andare a vedere le carte del M5S è il primo obiettivo che ha Renzi e che potrebbe concretizzarsi in un incontro tra capigruppo la prossima settimana anche per verificare se l’impianto proporzionalista contenuto nella proposta pentastellata non nasconda una voglia di ritorno al Mattarellum. Di incontrare il Cavaliere Renzi non ha invece fretta, ma «se serve per ridare smalto e centralità ad una leadership appannata, farà anche questo», spiegano i suoi.

Il Messaggero