Riforme, M5S apre a ddl Chiti ed è scontro nel Pd

Parlamento

E’ caos nel Pd sulle riforme istituzionali. Ventidue senatori, capeggiati dal senatore democratico (ed ex direttore di Rai News 24) Corradino Mineo rompono sulle riforme costituzionali proposte da Matteo Renzi e cercano un’intesa alternativa con i grillini sulla base di un altro disegno di legge, presentato dal democratico Vannino Chiti. I fedeli al premier li richiamano tutti all’unità del partito. Nel frattempo due esponenti del Movimento Cinque Stelle aprono, con riserva, a Mineo e gli altri. Mentre venticinque cuperliani e lettiani tentano di ricucire lo strappo. E nella bagarre entra anche Forza Italia, con Romani che non chiude, a sorpresa, al ddl Chiti.

Dopo questo intreccio di dichiarazioni e annunci, arriva netta in serata la risposta di Matteo Renzi, durante la conferenza stampa sul Def: “Capisco l’ansia di visibilità che hanno alcuni, alcuni di questi appartengono al mio partito. Far vedere che si lanciano ipotesi che poi però non possono essere mai realizzate. Mi fa piacere ci sia apertura al dialogo sulle riforme, e noi siamo pronti a fare delle modifiche, ma non si può tornare indietro di vent’anni. Le riforme non solo sono la precondizione per la ripresa economica”, ha spiegato il premier, “ma soprattutto per il recupero del rapporto con i cittadini. L’abolizione del bicameralismo perfetto e la non eleggibilità dei senatori sono punti fermi. L’idea di Stato più leggero resta e, siccome il Pd continua a credere in questo, sono ottimista sul fatto che porteremo a casa il risultato”.

Lo scontro nel Pd era cominciato stamattina, con l’appello del senatore democratico Mineo per una maggioranza alternativa sulle riforme, partendo dal testo alternativo del ddl Chiti sottoscritto da 22 senatori del Pd già definiti “dissidenti”. Il punto più dirompente del testo Chiti, rispetto alla riforma del Senato indicata dal premier Matteo Renzi, che non prevede l’elezione dei membri della nuova camera alta, consiste in 106 senatori da eleggere in collegi regionali. Con Vannino Chiti a Bruxelles, è stato Corradino Mineo a dare voce ai “dissidenti”, i cosiddetti 22. “Sul testo Chiti al Senato si sta coalizzando una maggioranza alternativa. Dobbiamo lavorare su questo”, ha detto, aprendo, su Twitter, a nuove alleanze con i grillini, dopo il voto comune sulla decadenza di Berlusconi.

I grillini si sono mostrati disponibili all’offerta di Mineo. “Il ddl Chiti presentato al Senato – ha detto Vincenzo Santangelo, al suo penultimo giorno da capogruppo – è praticamente la fotocopia del nostro, ad eccezione del taglio delle indennità. Ma su tutto il resto si può ragionare”, anche se ogni decisione, ha precisato Santangelo, dovrà essere ratificata dalla Rete. “Sì, non lo escludiamo”, ha confermato il senatore M5s Nicola Morra, componente della Commissione affari costituzionali di Palazzo Madama, anche se per “lavorare sullo snellimento della struttura” come il “dimezzamento dei parlamentari” e il “dimezzamento delle indennità la proposta di Chiti dovrebbe essere integrata”.

Nel Pd, intanto, è scoppiato ovviamente il caos. Durante la riunione dei senatori democratici, il presidente Luigi Zanda ha ammesso interventi sul testo della riforma del Senato ma solo entro i paletti fissati da Renzi: non eleggibilità dei senatori, nessuna indennità, no al voto di bilancio e sulla fiducia. Con il primo punto che esclude di fatto l’ammissibilità del testo Chiti. Il democratico Nicola Latorre ha chiesto con decisione ai dissidenti di ritirare il testo Chiti. Ma Mineo è stato irremovibile: “Noi il nostro ddl costituzionale non lo ritiriamo. Ma non vogliamo spaccare il partito. Stiamo solo cercando di dare il nostro contributo”. Nel dibattito si è inserito Pierluigi Bersani, sconfessando Mineo e gli altri: per l’ex segretario del Pd è più che legittimo che il Pd e poi il Parlamento discutano le riforme, ma si è comunque detto “fedele alla ditta” e favorevole a “emendamenti” allo schema Renzi, ma non alternative allo stesso.

L’assemblea dei senatori del Pd, intanto, è stata aggiornata a martedì prossimo. Al momento il testo del governo non è ancora stato depositato in Senato. Il capogruppo Zanda e la presidente della Commissione affari costituzionali Anna Finocchiaro tenteranno di ricompattare il gruppo dem su una serie di emendamenti al testo governativo, con l’obiettivo di tenere ferma la data del 25 maggio come scadenza ultima di approvazione in prima lettura della riforma del Senato, come ha confermato in serata Renzi nella conferenza stampa sul Def.

Linea che sembra convincere l’area dei 25 senatori lettiani e cuperliani, guidata da Francesco Russo, che in un documento si sono proposti come “facilitatori” di un processo che “riesca a trovare un punto di incontro”. Non solo con i firmatari del testo Chiti. Il riferimento è anche alla disponibilità al confronto dei senatori fuoriusciti dal Movimento Cinque Stelle, come Campanella e Battista. “Il punto di partenza, però, non può che essere il testo approvato in maniera unanime dall’esecutivo”.

Ma uno dei “dissidenti” del Pd, il senatore Felice Casson, ha insistito e, sulla maggioranza “alternativa” in Senato, ha spiegato di avere “raccolto diverse posizioni favorevoli in un ampio spettro parlamentare sia di sinistra che di destra, del Movimento 5 Stelle e anche del centro”. Di quel centro però, a sentire Giovanni Toti, non fa parte Forza Italia: “Non credo che faremo maggioranze parallele sulle riforme con pezzi del Pd e dei grillini. C’è un patto”. Tuttavia, il capogruppo forzista Paolo Romani (“la proposta Chiti per certi versi corrisponde anche alla nostra, il dibattito è aperto”) ha lasciato intuire che una parte dei senatori azzurri possa davvero possa convergere sul nuovo ddl.

Intanto, il Quirinale ha destituito di “ogni fondamento” le ricostruzioni di stampa secondo cui “sarebbero state apportate correzioni dalla Presidenza della Repubblica” al testo del Governo. “Il disegno di legge di riforma costituzionale è stato firmato stamane dal Capo dello Stato non appena pervenuta la relazione illustrativa. La trasmissione al Parlamento avviene a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri”. Dopo la firma di Napolitano, il ddl di riforma del governo è poi arrivato in Senato dove domani partirà il suo iter, prima in Commissione e poi in Aula, con l’obiettivo di approvarlo entro il 25 maggio.

Il leader del M5S Beppe Grillo, nel frattempo, ha chiamato a raccolta dal suo blog il popolo degli attivisti per raccogliere finanziamenti per la campagna delle Europee. “Andiamo a fare elezioni straordinarie (…) Noi andremo lì, ma abbiamo bisogno di fondi, perché siamo ridotti così, faldoni, faldoni, firme, non faccio altro che firmare dal notaio. Mi sono fidanzato con un notaio”, ha detto, “ci servono dei soldi, non vi chiedo tanto. Un milione di euro. Contribuiremo tutti, 5, 10, 20, 1000. Pochi ma buoni, pochi da tutti”.

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