Riforme, il patto Renzi-Berlusconi riparte dal Colle

renzi berlusconi

«Guardiamo avanti», è l’invito che arriva da palazzo Chigi dopo l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Un auspicio che il presidente della Repubblica sembra far suo invitando i segretari di partito alla cerimonia d’insediamento, Silvio Berlusconi compreso. Il leader di Forza Italia accoglie l’invito e oggi sarà al Quirinale dove non mette piede da un anno. L’irritazione per lo smacco subito da Forza Italia nella trattativa per il Colle, il Cavaliere non l’ha ancora smaltito del tutto ma l’invito, per dirla con Deborah Bergamini, «è segno di riconoscimento istituzionale» che comunque aiuta l’umore dell’uomo di Arcore insieme alla buona notizia arrivata dal tribunale di Milano.
SOSTENITORI
Dalla riabilitazione politica del già quattro volte presidente del Consiglio passa la strategia di Renzi per recuperare il contenuto, se non lo spirito, del Patto del Nazareno che ieri Denis Verdini ha continuato a difendere sottolineando anche i limiti del suo partito dai «numeri irrilevanti» anche a causa delle tensioni interne. La mossa del Quirinale aiuta a gettare acqua sul fuoco tra i contraenti il patto e di fatto aiuta Verdini che comunque resta per Renzi, insieme e Gianni Letta, l’unico interlocutore ammesso a palazzo Chigi. Per Renzi pensare di sostituire «il duo tragico», come lo ha definito Maria Rosaria Rossi, con Brunetta, Toti o Fitto significherebbe far saltare il patto. Ed è forse per questo che ad Arcore, durante il tradizionale pranzo del lunedì che il Cavaliere ha con figli e principali collaboratori, i toni usati dall’ex premier sono stati molto morbidi nei confronti del senatore toscano, che i fautori dell’alleanza con l’Ncd vorrebbero mettere alle porte. Da un lato Verdini e Letta, sostenitori del patto del Nazareno e dell’intesa con Renzi, dall’altro Toti, Brunetta e la Rossi che spingono per tornare insieme al partito di Alfano. Ovviamente Renzi non può essere indifferente rispetto alle due opzioni, perché la seconda prevede l’uscita dell’Ncd dal governo e quindi lo stop alle riforme e, probabilmente, anche alla legislatura.
E’ per questo che ieri mattina il presidente del Consiglio ha innestato il turbo anche contro l’alleato negandogli vertici «che sanno di vecchia politica» ed invitandoli a leccarsi rapidamente le ferite per rimettersi a lavorare per il Paese. Toni che non contribuiscono a rasserenare il clima e che lasciano al vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, un compito non facile da svolgere nei confronti dell’alleato. A ciò si aggiunge la riaffiorante tensione con la sinistra del Pd che è consapevole come il patto del Nazareno sia ancora in piedi malgrado abbia ricevuto «un colpetto» dalla vicenda del Quirinale.
PROMESSE
Forte del successo ottenuto con l’elezione di Mattarella al quarto scrutinio, Renzi è convinto che «l’elezione del presidente della Repubblica mette il turbo alle riforme, non le rallenta». Una linea che il premier intende verificare rapidamente con il ministro dell’Interno alle prese con un partito spaccato tra chi vuole restare al centro e chi vuole andare a destra. Se Berlusconi vuole affondare il colpo mandando all’aria il governo avrebbe l’occasione di farlo promettendo al Ncd un’alleanza stabile, ma il Cavaliere non sembra averne intenzione. Almeno di non averne nell’immediato, anche se continua a promettere «guerra» al governo e alla maggioranza su tutto ciò che arriverà in aula.
I frenatori sono già all’opera da sinistra e da destra, ma il presidente del Consiglio, forte anche dei timidi segnali di ripresa, non intende mollare e tantomeno cedere a «liturgie del passato». E’ convinto che prima con Alfano, e poi con lo stesso Berlusconi, ci sia tempo per chiarire alcuni passaggi della vicenda-Quirinale, compreso il senso – che Renzi sostiene di non aver capito – di quelle trattative che ad inizio della scorsa settimana sono intercorse tra FI, Ncd e la sinistra del Pd.
Nel frattempo, tanto per chiarire quali siano le sue intenzioni, il segretario del Pd ha scritto una lunga lettera agli iscritti nella quale riporta l’agenda del governo dei prossimi mesi. La legge elettorale, approvata al Senato, difficilmente potrà essere calendarizzata prima della tornata amministrativa di primavera, mentre la Camera – nella seconda quindicina del mese – dovrebbe approvare la riforma costituzionale. Il problema della ricostituzione di un nuovo centrodestra, non è certo tra le priorità del premier.

Il Messaggero