Riforme, governo sotto. Ira di Renzi

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Hanno trovato un tema popolare e ci si sono buttati a pesce. No ai senatori a vita. Né cinque, né sette, né altro. Niente. «A vita non c’è più neanche il Papa, figuriamoci i senatori», gigioneggia un ex ministro. Sel presenta un emendamento ad hoc in commissione dove si sta discutendo la riforma del Senato, e a votarlo sono in tanti, di più della maggioranza. Risultato: finisce 22 a 20, il governo va sotto, battuto. Da chi? Oltre che dalle opposizioni, com’è naturale, da quegli stessi che ne costituiscono (o dovrebbero) l’ossatura di maggioranza. Ben 10 deputati del Pd votano a favore dell’emendamento di Sel, e quindi contro maggioranza e governo: Cuperlo, Pollastrini, Lauricella, Lattuca, Bindi, Agostini, D’Attorre, Meloni, Fabbri, Naccarato. Tutti delle minoranze dem, nonché con addentellati di Meloni, lettiano, e finanche di un giovane turco, Naccarato, in dissenso due volte, dalla maggioranza e dalla sua componente, che ha in Orfini il presidente che non rema certo contro il premier. Ai dieci picconatori vanno aggiunti il bersaniano Giorgis, che si è astenuto, e il lettiano Sanna che al momento del voto si è assentato (pare per urgenze fisiologiche). Ai 12 del Pd vanno aggiunti i dissidenti di Forza Italia come Bianconi, «e non chiamatemi frondista, il mio voto rappresenta quello di 17 deputati forzisti», tiene a precisare. Se così fosse veramente, il famoso patto del Nazareno sarebbe già bello e sepolto. Ma così, almeno per il momento, non appare.
LE REAZIONI

«Quello che conta è il voto dell’aula, e lì si esprimerà il vero Pd», scandisce subito la ministra Maria Elena Boschi, presente in commissione al momento del blitz delle minoranze. «Solo un incidente tecnico», si affretta a frenare D’Attorre, ma non ci crede troppo neanche lui. E infatti viene subito ripreso dal sottosegretario Pizzetti: «Gli emendamenti non sono mai tecnici, in questo modo il testo cambia e si rischia di dover ricorrere a ulteriori letture allungando i tempi». Nel pomeriggio, poi, alcuni autori del blitz si sono ritrovati a brindare alla buvette, Bindi, D’Attorre, Lauricella, Meloni, e per l’occasione si è aggiunto Civati. «Non si vota contro il proprio governo», la stilettata di Emanuele Fiano, relatore sul ddl nonché responsabile riforme del Pd. Il quale si è subito sentito con il premier, che non l’ha certo presa bene. «D’ora in poi non si concede più nulla, finora abbiamo mostrato un atteggiamento dialogante, ma ora basta, non si accettano più loro emendamenti, li respingeremo tutti», il lascito-indicazione politica concordati. Qualche renziano ultrà come Giachetti si spinge più in là, fino a invocare le urne via twitter: «I frammenti di minoranze finalmente si uniscono. Obiettivo: impallinare il governo. Con amici così, a che servono i nemici? Elezioni subito».
Già, le urne. Anche in questa direzione, il premier segretario ha cercato di stendere una rete protettiva, in modo da non restare in balìa dei colpi di coda delle minoranze coalizzate. Come? Mentre alla Camera maggioranza e governo andavano sotto, al Senato dove si discute di legge elettorale si è messa a punto la cosiddetta clausola di salvaguardia congegnata così: la nuova legge elettorale, l’Italicum, entra in vigore dal primo gennaio del 2016, ma se prima si verificassero battute d’arresto, bocciature, sabotaggi vari tali da inficiare le riforme, allora si potrebbe ugualmente andare al voto con il Mattarellum. Sulla vecchia legge che verrebbe ripristinata, Renzi ha già il sì di Grillo («ci piacerebbe»), della Lega e di Sel, da sempre fautori di quel sistema. E Berlusconi? Il premier è convinto che l’ex Cav alla fine cederà e manterrà i patti. Il premier comunque ha spiegato ai suoi che gli chiedevano lumi sul Mattarellum che obbliga a coalizioni: «Tranquilli, andremmo al voto da soli, e questa volta sul serio».

Il Messaggero