Riforme e decreti, allarme tempi Renzi: niente ferie prima del sì

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ROMA «Le riforme vengono prima delle vacanze dei senatori. Si vada avanti a oltranza, con tutti gli strumenti consentiti dal regolamento, per combattere l’ostruzionismo. Il Paese non aspetta e noi non ci lasceremo fermare. Vediamo chi si stanca prima…». Matteo Renzi, prima di partire dall’Angola alla volta di Roma, ha impartito un ordine di scuderia ben preciso per «rimuovere i sassi dai binari delle riforme». Perché «non possiamo restare ostaggi di una minoranza che vuole fare ostruzionismo».
Un ordine che ha essenzialmente un destinatario: il presidente del Senato, Pietro Grasso. E’ su di lui e sulla conferenza dei capigruppo che si concentra il pressing del premier. E siccome il gioco già si fa duro, palazzo Chigi è determinato a ottenere il contingentamento dei tempi previsto dal regolamento di palazzo Madama. Ed è deciso ad andare avanti a colpi di fiducia quando, venerdì e lunedì, si apriranno le “finestre” per l’approvazione dei decreti in scadenza sulla competitività e sull’Art Bonus (cultura e turismo).
In Senato sono ore frenetiche. Già sono slittate a oggi le prime votazioni previste per ieri pomeriggio. Ed è già muro contro muro con le opposizioni. Con un allarme crescente: «Qui rischiamo seriamente di non farcela per la pausa estiva», diceva ieri sera un ministro, «così, se non ce la faremo a varare la riforma costituzionale per l’8 agosto, dovremo andare avanti anche fino al 13 o al 14. Speriamo che basti…». E Con un problema non da poco: anche i senatori del Pd hanno già prenotato la vacanze con mogli e figli a partire da sabato 9 agosto.
«NESSUNA PREVISIONE»
Insomma, lo scenario per Renzi è allarmante. Il fascicolo con gli emendamenti all’articolo 1 è di 842 pagine e quello con le proposte di modifica all’articolo 2 di pagine ne conta 867. Non solo. I senatori di Cinquestelle e Sel hanno già cominciato ha parlare dieci minuti a testa per illustrare i singoli emendamenti. «Un vero disastro», dice un alto esponente del Pd, «se prima si prevedevano 130 ore di discussione, concedendo un minuto per ciascuno dei 7.831 emendamenti, con questo ostruzionismo nessuno è più in grado di fare previsioni». E afferma Pier Ferdinando Casini che di tecniche e dinamiche parlamentari è un esperto: «L’atteggiamento dei Cinquestelle e delle opposizioni sta precostituendo la condizioni per il contingentamento dei tempi. Se continueranno, legittimeranno la probabile decisione del presidente Grasso di imporlo». Ma proprio Grasso si mantiene prudente, rilanciando la palla nel campo della maggioranza: «Il contingentamento non è una decisione della presidenza», dice un suo stretto collaboratore, «deve essere chiesta la convocazione della conferenza dei capigruppo ed è qui che va proposta e poi votata l’eventuale richiesta di contingentamento». 
“Eventuale” è un eufemismo. Tra questa sera e domani, una volta che l’ostruzionismo dei Cinquestelle e di Sel sarà conclamato, il ministro Maria Elena Boschi riceverà da Renzi l’ordine di chiedere il giro di vite sui tempi del dibattito. Ciò vuol dire che ogni gruppo non avrà più di tot minuti, in ragione della sua consistenza numerica, per illustrare le proposte di modifica. 
VOTI SEGRETI E NOTTURNE
Basterà? Non tutti ne sono convinti. Molti temono che anche con i tempi contingentati il limite di Ferragosto potrebbe essere superato. Uno scenario da brividi per Renzi che del via libera prima della pausa estiva, grazie alla tenuta del patto con Forza Italia, ne ha fatto una bandiera. Così si pressa Grasso per evitare che conceda il voto segreto su alcuni articoli «più insidiosi», come l’elettività dei senatori e l’indennità dei parlamentari. Così il governo chiederà al presidente del Senato di procedere con le sedute notturne ad oltranza per fiaccare la resistenza dell’opposizione.
Il leghista Roberto Calderoli ieri sera ha dichiarato: «Se ci fosse un’apertura del governo alle richieste di modifica su alcuni punti largamente condivisi, lo scoglio dell’ostruzionismo potrebbe essere aggirato». Secca la replica di palazzo Chigi: «Siamo sempre stati disponibili a confrontarci, ma non cederemo a ricatti o a minacce. Tanto più che il testo arrivato in Aula è già frutto di un’importante mediazione». Ma, sotto sotto, La Boschi tratta con la Lega per strapparne il “sì”. La merce di scambio: alcune modifiche al Titolo V, in particolare riguardo ai poteri delle Regioni.

IL MESSAGGERO