Riforme, caos Senato la fronda Pd frena FI va in ordine sparso

Senato

Non parte proprio sotto cattivi auspici l’iter della riforma che dovrà portare all’abolizione del Senato. I venti di guerra della prima ora hanno ceduto il passo a più miti ragionamenti. La sortita del presidente del Senato, Pietro Grasso, contrario alla proposta renziana, ha sortito l’effetto di un assordante silenzio attorno all’ex capo dell’Antimafia, segnatamente nel Pd, che la dice lunga sugli orientamenti che si vanno affermando rispetto alla riforma. La sintesi l’ha fatta un senatore del Pd vicino a D’Alema come Nicola Latorre: «Da una parte c’è una forte determinazione ad andare avanti sul cammino delle riforme, dall’altra c’è uno schieramento conservatore, abbastanza trasversale, che è sempre stato e continua a essere contrario al cambiamento».
LE POSIZIONI

Chi tuttora sembra attestata sulle barricate è Forza Italia. Ma anche qui, a guardar bene, gli accenti e le posizioni non sono di quelle da rottura inevitabile. Se il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta, antirenziano militante, attacca il premier perché «vuole contrastare il populismo ricorrendo proprio a populismo e demagogia», ecco che l’altro capogruppo al Senato, Paolo Romani, usa altri termini e in una intervista ad Huffington Post avverte che il testo così è invotabile, ma invita intanto Renzi a «trattare», altrimenti rischia di finire come a Saigon, disfatta degli Usa in Vietnam. Ma sempre di «trattare» si parla. Andando poi alle proposte, Romani non vuole affatto i 21 nominati della società civile, e non vuole che ogni consiglio regionale nomini due rappresentanti a prescindere dall’estensione e dalla popolazione della Regione; non vuole, poi, che il nuovo Senato delle autonomie contribuisca a eleggere il capo dello Stato, che FI vorrebbe eletto direttamente, ma qui il discorso si fa impervio e si sconfina in una mega riforma di sistema, il presidenzialismo, fra l’altro non proprio ostica a Renzi. Ma tant’è.
LA TRATTATIVA

I punti di trattativa non mancano, e del resto è il metodo renziano: fissare i paletti irrinunciabili (Senato non elettivo e che non dà la fiducia ai governi), inserirne alcuni trattabili, quindi arrivare alla sintesi. «Il patto con Forza Italia regge», ha assicurato e si è rassicurato il premier, facendo capire che a lui risulta essere ancora il Cavaliere della partita. Probabilmente si passerà da un nuovo incontro tra il premier e Berlusconi per rinnovare e rifirmare il patto sulle riforme.
E dentro il Pd? I 25 frondisti che al Senato hanno firmato un testo di critica alla riforma, adesso appaiono molto meno ostili. E’ bastato che la ministra Maria Elena Boschi andasse in audizione in commissione a parlare di «volontà di collaborazione» e di possibili modifiche a parte la non eleggibilità, che l’ispiratore del documento, Francesco Russo, parlasse di «intervento apprezzabile» e si dicesse pronto prontissimo a collaborare. E mentre fuori dal Pd si registra il «no» di Nichi Vendola alla riforma renziana, c’è però il sì di Roberto Maroni, «salvo alcune modifiche, non è un brutto testo», l’apertura dell’ex capo leghista.
I DEM

Il clima interno al Pd è cambiato. Nelle minoranze sono in corso grandi manovre che hanno già portato a scomposizioni e ricomposizioni con un termine di riferimento: la maggiore o minore distanza dal renzismo, «se si sta troppo vicini ci si brucia, se troppo distanti non ci si scalda», la sintesi di un bersaniano. Sotto la regia di Roberto Speranza, si sono riuniti i quarantenni bersaniani e dalemiani che sostenevano Cuperlo con l’aggiunta di lettiani tipo Paola De Micheli, e al grido di «non siamo né renziani né anti-renziani», hanno dato vita a una nuova aggregazione – “I riformisti”- costituita, sottolineano, «da giovani parlamentari eletti con le primarie». Spiega Speranza: «Il congresso è alle nostre spalle, dobbiamo costruire un cantiere aperto a tutti: che non divida, ma unisca», con un atteggiamento «autonomo ma leale e costruttivo». Tradotto: disco giallo se non verde alle riforme renziane, con l’ultrabersaniano Nico Stumpo che ricorda: «Siamo sempre stati per il monocameralismo, e ora che ci si arriva ci mettiamo di traverso? Suvvia».

Il Messaggero