Riforme, Boschi alla minoranza del Pd: «Non diamo il paese a Grillo e Salvini»

09/12/2013 Roma, trasmissone televisiva Porta a Porta, nella foto Maria Elena Boschi, PD

Ancora non sono stati presentati gli emendamenti al testo, manca più di un mese all’inizio delle votazioni in commissione, ma lo scontro nel Pd sulle riforme è già guerra aperta. «Pretoriani» contro «congiurati». La maggioranza accusa la minoranza di volere un «Vietnam» parlamentare per fermare il percorso di cambiamento e abbattere il governo, con l’obiettivo di «tornare al passato».

La minoranza accusa i renziani di «cercare lo scontro» per evitare di confrontarsi nel merito. Chiusi i canali di dialogo, però, Maria Elena Boschi, che invoca un Pd compatto e che anche FI torni a votare le riforme, avverte: «Chi rema contro sulle riforme si assume la responsabilità di consegnare il nostro Paese a Grillo e Salvini, alle destre populiste». E Debora Serracchiani le fa eco, lanciando anche un appello: «Chiedo a tutto il Pd, minoranza compresa, di respingere questo rischio». «Andremo fino in fondo e faremo il referendum in cui i cittadini diranno sì o no alla riforma del Senato», dice Matteo Renzi da Tokyo. Non aggiunge altro. Guarda al traguardo e assicura che sarà raggiunto. Ma fonti parlamentari raccontano che di primo mattino, all’arrivo in Giappone, il premier sarebbe stato molto contrariato dal leggere un articolo su La Repubblica in cui senatori della minoranza annunciavano battaglia sugli emendamenti anche a costo di far «ripartire da zero» la riforma.

Perché bloccare il ddl costituzionale, denunciano per tutto il giorno i renziani, vorrebbe dire bloccare il cambiamento. Dunque annunciare un «Vietnam» in Senato «non è guerriglia – attacca a muso duro Francesca Puglisi – ma la patetica dimostrazione dell’incapacità della minoranza di essere riformista». «Una minoranza della minoranza del partito», accusano gli esponenti della maggioranza del Pd, non ha intento altro che abbattere il governo Renzi. «Un progetto assai ambizioso: tornare al passato», scrive Andrea Marcucci. Una battaglia tutta interna al Pd, trasferita nelle Aule parlamentari. Dalla scuola alla Rai, fino alle riforme. «Paventano una imboscata», accusa Ernesto Carbone, senatori come Miguel Gotor che «con doppia morale» si è fatto eleggere «in un listino bloccato». Alzano i toni, insomma, i renziani. E attacca anche il presidente del partito, Matteo Orfini: «È incredibile che alcuni senatori minaccino il Vietnam contro il nostro governo».

«Toccherà a noi giovani – afferma il ministro Boschi – esser più saggi di senatori che hanno più esperienza parlamentare ma minacciano la guerriglia parlamentare contro il proprio partito. Nel Pd si decide a maggioranza e chi ha un’idea diversa fa un passo indietro. Mi stupisce che persone più autorevoli di me mettano in discussione questo principio di democrazia». Ma le accuse dei renziani, ribattono dalla minoranza, sono il segnale che si sta seguendo «una china politicamente pericolosa»: «I soliti pretoriani dell’obbedire – scandiscono Vannino Chiti e Maurizio Migliavacca – si inventano congiure, trappole, agguati. Ma lealtà non è fedeltà acritica: su questo non siamo disposti ad accettare lezioni». La verità, spiegano, è che il documento dei 25 senatori per il Senato elettivo (ma in tutto su quella linea sarebbero in 29, calcola Mineo) non ha ancora ricevuto risposte.

«E allora sollevare polveroni per evitare il confronto serve solo a dividere il Pd. Finché si è in tempo – avvertono Chiti e Migliavacca – si considerino le conseguenze». È ancora in fase di preparazione, spiega Miguel Gotor, il pacchetto di emendamenti che la minoranza dem venerdì presenterà al ddl Boschi su elezione diretta dei senatori, meccanismo di elezione del presidente della Repubblica e competenze del Senato. Ma i renziani già guardano con qualche apprensione agli equilibri in commissione, dove nonostante l’imminente ingresso di un verdiniano i tre esponenti della minoranza restano determinanti quando a settembre si inizierà a votare. Il confronto, assicura un dirigente Dem, si cercherà fino all’ultimo per arrivare all’unità del Pd. Alla ripresa dei lavori a settembre dovrebbe essere convocata un’assemblea al Senato e si voterà la linea. In quella sede verranno rimarcate le regole di convivenza interna, che prevedono tra l’altro che in commissione si rappresenta il gruppo. E se la ricerca di un’intesa fallirà nel Pd, a mali estremi, estremi rimedi: si ricorrerà ad altri voti per far passare la riforma. Con una chiarezza di fondo, spiegano i renziani: «Non accadrà, ma se salta la riforma, finisce la legislatura».

Il Secolo XIX